25 anni dopo
11 settembre, l’attacco all’Occidente e la deriva entropica dei regimi autoritari
A venticinque anni dall’11 settembre, la domanda non è se l’Occidente sia tramontato. Non lo è. Ha subito colpi durissimi e commesso errori, ma non è stato sconfitto dall’esterno. La questione impellente è un’altra: saprà gestire l’entropia esternalizzata dai regimi autoritari, cioè il disordine che i sistemi chiusi non riescono più ad assorbire e finiscono per scaricare sui sistemi aperti? Quel giorno divenne evidente che il conflitto non coincide più necessariamente con la conquista di uno spazio o con una dichiarazione di guerra tra soggetti riconoscibili. Il terrorismo globale trasformava reti civili in vettori di distruzione e produceva effetti politici enormemente superiori alla propria massa organizzativa.
Gli attacchi resero osservabile una curvatura già presente nello spazio politico globale. Sicurezza, decisione, nemico, confine, interno ed esterno apparvero come variabili accoppiate di uno stesso campo, capaci di modificare reciprocamente le proprie traiettorie. Al crescere di velocità, connessioni e interdipendenze, muta la metrica dei rapporti politici. Le libertà fondamentali possono diventare anche superfici di attraversamento, punti di accesso, zone di propagazione. Terrorismi, reti criminali e potenze ostili possono così sfruttare le infrastrutture democratiche, attraversarne le libertà, amplificarne le contraddizioni. Si pensi, ad esempio, alle comunità diasporiche di Paesi governati da regimi autoritari, alle piattaforme digitali e ai circuiti informativi, utilizzati proprio grazie alle libertà che quei regimi comprimono al proprio interno.
D’altra parte, se il gap tra accelerazione tecnica e capacità politica rende le democrazie temporaneamente più vulnerabili, esse conservano meccanismi di autocorrezione che i sistemi autoritari tendono a comprimere. In questi ultimi, il medesimo gap produce effetti sistemici di lungo periodo, accrescendone la rigidità proprio mentre aumenta la complessità del sistema che devono governare. Al crescere di connessioni, velocità e interdipendenze tende ad aumentare la varietà degli stati che il decisore deve distinguere e, con essa, l’informazione necessaria a governare il sistema. In questo senso, i regimi autoritari possono generare più complessità di quanta riescano a trattarne. Si producono così dinamiche che, con qualche licenza, possiamo definire entropiche. Se il sistema filtra o sopprime i segnali contrari, può aumentare progressivamente lo scarto tra lo stato reale e la sua rappresentazione politica. La chiusura riduce l’incertezza osservabile dal centro, non necessariamente quella effettiva. Il disordine non rappresentato non scompare, ma si accumula.
Per l’Occidente il problema potrebbe dunque diventare quello di gestire gli effetti geopolitici della crisi dei sistemi chiusi. Lo abbiamo visto con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e, nel Mediterraneo, con il collasso di regimi autoritari seguito alle rivolte arabe: vuoti di sovranità, guerre civili, flussi migratori, traffici illeciti, penetrazione jihadista. Anche la lunga crisi dell’Impero ottomano può essere letta, con le dovute cautele, come un precedente: l’indebolimento progressivo del centro alimentò instabilità periferiche e revisioni degli equilibri europei. Controintuitivamente, la sfida più pesante potrebbe venire dalla Cina. Non perché un suo collasso sia imminente, ma perché un sistema politico fortemente centralizzato governa una delle società più complesse e interconnesse del pianeta. Il rallentamento della crescita, la crisi immobiliare e l’indebitamento interno mostrano quanto sia difficile comprimere politicamente una complessità crescente.
Il rischio riguarda soprattutto le aree più esposte alla proiezione cinese. In Africa, credito, infrastrutture, porti, miniere e reti logistiche hanno costruito interdipendenze profonde. Una crisi significativa del centro potrebbe propagarsi lungo queste connessioni, trasformando tensioni interne in instabilità esterna. Il Mediterraneo sarebbe una delle prime superfici europee d’impatto dell’entropia cinese esternalizzata. La sfida, dunque, non è difendere l’Occidente da un destino di tramonto già scritto, ma capire come un sistema aperto possa restare tale mentre assorbe la pressione prodotta dai sistemi chiusi. La forza dell’Occidente consiste nella capacità di trasformare il conflitto in informazione, l’errore in correzione, la pluralità in apprendimento. Il problema è sapere se sia ancora capace di restare aperto senza diventare indifeso, e di difendersi senza diventare chiuso. Ma questo è un altro discorso.
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