Il Ventennale! Poiché abbiamo dieci dita, celebriamo la memoria degli eventi in base dieci ed eccoci dunque a vent’anni dall’attacco alle Twin Towers di New York l’undici settembre del 2001, evento di cui subito si disse che “d’ora in poi tutto sarà diverso”. E certamente oggi ognuno ricorda dove si trovava e che faceva.

Io ero a Roma ma facevo la spola con New York dove avevo vissuto alcuni anni, mi ero sposato una ragazza americana e la nostra prima figlia Liv Liberty era nata da due settimane. Lou mi telefonò e disse: “Stai guardando la Cnn?”. Il primo aereo aveva colpito la prima torre e si pensava ancora a un terribile incidente. Quando il secondo aereo colpì l’altra torre e arrivarono le notizie dell’aereo lanciato contro il Pentagono, fu chiaro che stavamo assistendo a una nuova forma di guerra in cui si bombardavano le città usando aerei civili dirottati e lanciati con tutti i loro passeggeri a bordo che esplodevano in una palla di fuoco. Fra loro c’erano alcuni amici della famiglia di mia moglie che avevano usato il cellulare, ed erano nell’aereo del Pentagono. Il sindaco di New York Rudolph Giuliani, figlio di emigrati liguri, apparve come un eroe indomito. I vigili del fuoco che morivano a decine e di cui più della metà aveva un nome italiano (giganti buoni e barbuti) salivano e scendevano dalle torri salvando persone mentre gli intrappolati si suicidavano gettandosi nel vuoto e sembravano formiche volanti che si schiantavano al suolo.

Il giorno dopo ero lì e ci sarei tornato decine di volte: il cratere orrido delle macerie e delle carni e del vetro uniti nella stessa sabbia umana e di cemento che ti finiva sotto i denti, fu chiamato “Ground Zero” e fu subito pieno di foto: “avete visto la mia bambina?”, “Questi sono il mio papà e la mia mamma, li avete visti?”. La leggenda nera era già attiva: l’America – meglio se Israele – aveva commesso quel delitto cercando un pretesto per attaccare l’odiato mondo islamico. Un nome diventò famoso: Osama bin Laden, il satana che aveva compiuto il delitto e che avrebbe alla fine pagato il fio delle sue colpe, stanato nel suo compound e trucidato sul posto per ordine del futuro presidente nero Obama, il quale a causa del suo bizzarro nome si vedeva adesso trattato come un complice islamico: Barack Obama, figlio di un funzionario britannico-kenyota che aveva fatto l’università alle Hawaii, era stato effettivamente educato dal compagno di sua madre che era musulmano e che lo portò a vivere in Indonesia.

L’islamofobia era un sentimento ampiamente condiviso e abbiamo avuto in un certo senso la fortuna, proprio nelle scorse settimane, di assistere all’epilogo di questa storia con la ritirata degli americani dall’Afghanistan dove hanno lasciato attrezzature e armi sofisticate di cui i talebani sono i beneficiari. Ma questa storia ha una storia? Certo che ce l’ha, anche se per conservarne la memoria è necessario andare indietro di almeno quarant’anni, perché tutto cominciò nel 1979 quando, senza alcun preavviso, l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan per insediare un governo subalterno a Mosca in un’area in cui i russi si sentivano minacciati dalle influenze islamiche sulla Cecenia. Agli americani non parve vero: restituiremo ai comunisti il servizio che loro ci hanno fatto in Vietnam e armeremo i resistenti afgani. Lo fecero con grande convinzione, con spirito sportivo di rivalsa, e così i mujaheddin armati di missili americani diventarono i nuovi eroi così come gli americani diventarono gli eroi degli afghani. I russi furono sconfitti: persero più di cinquantamila uomini, compirono stragi e massacri ma dovettero andarsene battuti nel 1989.

Osama bin Laden, un imprenditore saudita rampollo di una famiglia miliardaria che aveva imprese anche negli Stati Uniti, aveva voluto combattere la guerra degli afghani contro i russi portandosi in Afghanistan macchinari giganteschi con cui scavare tunnel e alzare muraglie di cemento per la difesa. Odiava l’America e i costumi americani che conosceva perfettamente. Osama parlava perfettamente inglese ma quando un giornalista americano lo raggiunse per chiedergli quale sarebbe stato il suo prossimo passo, rispose, sorridendo, in arabo: “Guardate, aspettate e lo saprete”. Il suo odio era cresciuto quando gli americani avevano installato un corpo di spedizione militare in Arabia Saudita per proteggere il suo paese da eventuali rappresaglie di Saddam Hussein, l’altro “grand villain” islamico che un giorno sarebbe salito sulla forca nel suo paese e sarebbe morto contorcendosi sotto i video dei telefonini.

Osama bin Laden si considerava discepolo dell’influente predicatore Omar e decise di impedire agli americani di corrompere la purezza islamica con la loro civiltà materialistica e blasfema. La Cia lo teneva d’occhio ma non in modo particolare, salvo alcune inchieste che lo riguardavano per le attività di finanziamento terroristico in Sudan. Ma Osama si trasferì in Afghanistan e di lì iniziò a concepire il piano per colpire il più visibile simbolo degli Stati Uniti: le due torri gemelle del Trade World Center. L’Undici settembre del 2001, inteso come data dell’attacco riuscito con l’abbattimento delle due torri e la morte di oltre tremila persone innocenti di ogni colore, religione sesso e lingua, non fu il primo. Nel 1993 era esplosa una bomba nel seminterrato del centro commerciale e fu chiaro che una vasta rete terroristica aveva scelto le torri come obiettivo. Al primo attentato era seguito un lungo processo concluso con la condanna di quasi tutti gli esecutori e dei principali mandanti.

Intanto in Afghanistan erano corsi combattenti da tutto il mondo islamico formando delle brigate internazionali che si combattevano tra loro per il governo del Paese diviso in tribù. Gli americani erano sempre presenti con le loro armi e con attività commerciali ma era anche cominciata una missione internazionale di contenimento scattata con l’applicazione del regolamento della Nato che prevede l’intervento di tutti i membri dell’Alleanza quando uno dei suoi membri è attaccato da un nemico esterno. Che gli Stati Uniti fossero stati attaccati da un nemico esterno non c’erano dubbi e il fatto che gli organizzatori dell’attentato con tutta la loro potente organizzazione fossero in Afghanistan era sotto gli occhi di tutti. A quell’epoca i talebani apparivano come una forza retrograda piuttosto moderata, formata da chierici dediti all’applicazione integrale el Corano. Al-Quaeda era un nome piuttosto generico di una delle tante jihad, ma era emersa come quella organizzata dallo stesso Osama e impegnata in tutto il Medio Oriente e poi nell’Iraq, in Siria e ovunque.

L’America dell’Undici settembre era repubblicana, Berlusconi direbbe che aleggiava “lo spirito di Pratica di mare” e il mondo tendeva a destra in senso liberale, proteso verso nuovi orizzonti di ricchezza che si sarebbero infranti nel 2008 con la grande crisi iniziata proprio in America con i crac bancari. Nessuno poteva immaginare allora, dopo la sconfitta del mondo comunista consumata definitivamente con il crollo dell’Unione Sovietica, che l’Occidente avrebbe dovuto combattere un nuovo nemico ideologico e non solo militare. L’Islam aveva assunto dopo la resistenza afgana sostenuta dagli americani (che avevano concesso i loro lanciamissili a spalla, gli stinger con cui i mujaheddin avevano abbattuto elicotteri e aerei sovietici in fase di atterraggio) un atteggiamento bellicoso: non erano stati gli americani a fornire le armi per la vittoria, ma era la fede la più concreta arma di distruzione di massa del nemico.

Infatti il mondo imparò che gli autori della strage delle Twin Towers erano piloti suicidi: gente che aveva frequentato dei corsi di pilotaggio in cui trascuravano le lezioni di atterraggio perché non sarebbero mai atterrati. E che i combattenti islamici aspirano al martirio, cioè a farsi esplodere con giubbotti imbottiti di esplosivo plastico disintegrandosi senza batter ciglio. Inoltre, erano apparsi insopportabilmente terrificanti per le loro decapitazioni col coltello, la somministrazione spettacolare con l’uso di telecamere della morte come strumento sia di comunicazione che di imposizione della volontà. L’Occidente imparò dalle parole di bin Laden e dello sceicco Omar che il mondo della sharia, dalla legge coranica, non tollera che la donna abbia altro ruolo che servire come riproduttrice, fonte di piacere, fonte di servizi sempre in stato di sottomissione. Oggi l’Afghanistan che era stato la terra di conquista ideologica di Osama bin Laden è pieno di donne che scendono in piazza dopo la partenza degli americani attaccando verbalmente i talebani, gli studenti coranici che nel frattempo avevano vinto le lotte tra fazioni interne acquistando la supremazia politica.

La caduta delle Torri aveva provocato una enorme e densa nuvola di pulviscolo di cemento e vetro che aleggiò su New York per anni. La città che non dorme mai era stata colpita al cuore e mai l’avevo vista così disperata, almeno finché non furono aperte fosse comuni per seppellire i morti di Covid 19. Ma New York, l’America e il mondo in questi venti anni hanno dimenticato quasi tutto perché, nel frattempo, la guerra commerciale fra la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti d’America si sta trasformando in guerra sempre più aperta e anche il grande fronte della propaganda che precede e accompagna le guerre americane da tempo si è sistemato sul Pacifico e l’Oceano Indiano. Ma intanto l’altra guerra che non era stata affatto chiusa, è evoluta in un nuovo fronte in cui la terra di Osama è diventato la nuova frontiera di guerra tra Pakistan, Cina, Iran, Russia (che mantiene gli occhi puntati sul luogo della sua cocente sconfitta) mentre l’Unione Europea cerca di elaborare la nuova dottrina che seppellisce per sempre la grande alleanza seguita all’undici settembre del 2001.

L’Europa ammette di dover spendere grandi quantità della propria ricchezza se vuole davvero costruire una propria entità militare diventata necessaria, perché tutti vedono che è scaduto il contratto d’assicurazione con la protettiva nanny americana. Joe Biden si è dimostrato peggiore del peggior Trump per il modo in cui ha mollato la terra di bin Laden, sapendo che la nuova guerra è altrove. Il nuovo presidente è favorevole alla modifica del secondo emendamento della Costituzione americana che permette ai cittadini di portare armi come partigiani, ma ha lasciato armi e tecnologia militare agli afgani che sanno usarla perfettamente: oggi l’Islam ha imparato tutto sull’uso delle armi del futuro, come hanno fatto da tempo i cinesi che però temono l’Islam come il loro vero satana, non volendo tollerare le minoranze islamiche già rinchiuse in regioni lager e sottoposte a rieducazione intensiva.

Quel che accadde vent’anni fa, dunque, non fu un episodio drammatico e isolato, degno di memoria ma concluso. Quell’attacco fu la conseguenza di una catena di eventi iniziata con l’invasione sovietica, il riarmo della resistenza anti-sovietica da parte degli americani, l’insurrezione culturale e religiosa contro i valori americani e occidentali degli islamici che non intendono perdere lo strumento della fede come sistema di regole e di accettazione della morte. Il suicidio come arma militare non era una assoluta novità, dopo l’esperienza dei piloti kamikaze giapponesi. Ma fu con l’angosciosa determinazione dei piloti di al-Qaeda, quando misero la prora dei loro aerei carichi di innocenti contro le Twin Towers che il mondo occidentale capì di non essere in grado di capire.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.