1) Venti anni dal fatale Undici settembre del 2001. Quel giorno, due dei quattro aerei dirottati da un commando di terroristi arabi suicidi si schiantarono contro le due torri del World Trade Center di New York causandone il crollo. Il terzo puntò sul Pentagono, il quarto, diretto contro la Casa Bianca, cadde in Pennsylvania. Gli eventi dell’11 settembre segnarono la fine dell’era post guerra fredda. Un decennio di relativa pace e prosperità durante il quale, come ricordò John Hikenberry, «la new economy, i surplus di budget e la momentanea stabilità geopolitica avevano provocato una sorta di ingenuo ottimismo liberale riguardo al futuro». In realtà si trattava di un intermezzo tra ere di guerra.

2) Quando crollarono le Torri Gemelle non esisteva il Pd, in compenso il partito dei Ds non aveva segretario. Sconfitti alle elezioni del 2001 i Ds erano in piena campagna delle primarie. Ricordo una riunione di emergenza convocata nelle ore successive all’assalto terroristico per decidere la posizione del partito. Non mancava consapevolezza della portata dell’evento. Al Qaeda cercava di conquistare la leadership del fondamentalismo islamico, il colpo inferto agli Usa ne legittimava l’ambizione. La comunità internazionale nel suo complesso si schierò con gli Stati Uniti. Per la prima volta nella sua storia la Nato adottò l’articolo 5: chi ha colpito gli Usa ha colpito tutti i membri del Patto. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 1368 riconosceva il diritto di legittima difesa individuale e collettiva, definiva l’atto terroristico una minaccia alla pace ed era pronto ad adottare tutte le misure necessarie per rispondere. Alla conferenza di Bonn del 5 dicembre promossa dall’Onu fu decisa la nascita dell’Isaf e la successiva risoluzione autorizzò la predisposizione di una forza internazionale.

3) A quell’America ferita andò il sostegno dell’intera Europa e di gran parte della comunità internazionale. Gli europei erano pronti ad andare in guerra insieme agli americani contro i talebani che avevano ospitato i terroristi di Al Qaeda. La sinistra democratica fece propria la scelta della lotta al terrorismo sostenendo il ricorso alla forza in Afghanistan. Non fu facile. Comportò una battaglia politica e ideale e un confronto con gruppi e personalità convinti della necessità di un totale rifiuto dell’uso della forza. Posizione rispettabile ma del tutto sterile per affrontare il terrorismo globale. Occorrerà riflettere, suggerisce Michael Walzer, sulle ragioni della sconfitta ma la posizione che la sinistra democratica assunse va ricordata, argomentata, difesa.

4) Una solidarietà euroatlantica così ampia si dissolse sulla strada da Kabul a Baghdad negli anni in cui a prevalere nella politica estera americana fu l’influenza dei neoconservatori assertori della tesi che la superpotenza ce l’avrebbe fatta da sola (o con chi ci stava) a fronteggiare il terrorismo e il disordine internazionale. Invadere l’Iraq due anni dopo l’Afghanistan, distogliendo forze, energie, risorse dal fronte afghano per precipitarle nell’abisso iracheno, aprendo all’Iran la possibilità di una espansione nell’Iraq sciita, fu un errore. Così come appare incredibile la sottovalutazione da parte americana della doppiezza dei servizi pachistani sostenitori da sempre dei talebani. Errori che non sfuggirono ad un conservatore della stazza di Henry Kissinger che criticherà l’illusione che gli Stati Uniti potessero, nella ricerca della sicurezza, svincolarsi da quel reticolo multilaterale costitutivo di una versione moderna della comunità internazionale alla ricerca di un “dominio senza egemonia” del tutto impraticabile nell’epoca della interdipendenza.

6) Il punto critico di quella visione non fu l’aspirazione alla diffusione della democrazia. L’errore fu nella strategia scelta per promuoverla. L’idea che lo si potesse fare, nel Medio Oriente, essenzialmente con la forza delle armi apparve rapidamente irrealistica. La rivoluzione democratica istantanea sognata dagli aspiranti “Mac Arthur del XXI secolo” portava in un vicolo cieco. Kissinger osserverà che «realizzare una democrazia pluralista al posto del brutale regime di Saddam Hussein si dimostrò infinitamente più arduo che rovesciare il dittatore». L’obiettivo della promozione della democrazia non può essere eluso, ma esso richiede un processo più lungo e una strategia più articolata e complessa per affermarsi.

7) Trovare una exit strategy dall’Afghanistan è questione che si è sempre posta nel corso dei due decenni di occupazione di quel territorio. Si era tuttavia convinti, prima di Trump, che una ritirata dall’Afghanistan, senza averne avviato la stabilizzazione, non solo avrebbe condannato la Nato alla sconfitta ma avrebbe dato partita vinta alle formazioni jihadiste con conseguenze rovinose per la stabilità di un’area cruciale del mondo e per le sorti del conflitto che attraversa l’universo islamico tra moderati e fondamentalisti. Aveva ragione Alberto Negri, grande conoscitore di quella realtà, quando scriveva “prima di ritirarsi bisogna capire cosa si lascia indietro”.

8) L’obiettivo di stabilizzare l’Afghanistan era difficile perché lo stesso concetto di governo nazionale centrale risultava estraneo alla maggioranza degli afghani. Si considerino le differenze etniche, linguistiche, culturali dei popoli che vivono sul territorio afgano. Si pensi ai contrasti tra il nord e il sud dell’Afghanistan e a come gli Stati Uniti la spuntarono in poche settimane nella guerra del 2001 grazie all’avanzare delle forze di Massoud, sostenuto da etnie del tutto opposte ai pashtun. In un simile quadro la idea di favorire un’autorità nazionale secondo i criteri di uno Stato quali quelli concepiti in Occidente, era quantomeno ardua.

9) Come tutte le guerre di guerriglia, il successo o l’insuccesso sono determinati dalla capacità di assicurarsi un consenso largo della popolazione. Occorreva quindi affrontare con decisione i problemi della economia e della terribile mancanza di lavoro, della sanità, delle infrastrutture, dei sistemi giudiziario ed educativo, insomma i problemi della società afgana. Era del tutto inutile proclamare la convergenza salda tra i partecipanti ai vertici di capi di governo in mancanza di impegni concreti per quanto atteneva alle risorse, ai mezzi. Infine, il problema enorme della droga il cui traffico finanziava i talebani. Occorrevano investimenti per produzioni alternative al papavero. Non sarebbe mai stato possibile convincere un contadino afghano a rinunciare ai proventi della coltivazione del papavero da oppio con le esortazioni. Pesò inoltre la corruzione. Il regime di Karzai, primo presidente dopo l’occupazione, ne era impregnato, con il suo successore Ghani la corruzione si estese ulteriormente. La sua miserevole fuga sarà la triste conferma che i capi politici lasciati lì dagli americani erano ormai considerati dei Quisling.

10) Era necessario un mutamento della strategia facendo leva su “quell’embrione di società decente” che sembrava prendere forma. Irrobustire le misure economiche e sociali e al tempo stesso ritrovare un rapporto con quella parte di afghani che si era avvicinata ai talebani sotto la minaccia delle armi o perché attratta da una ricompensa economica. In realtà la proclamazione di nuovi impegni da parte dei governi si risolveva in meri propositi, in dichiarazioni di intenti, cui non seguivano i fatti. Si manifesterà, già con la presidenza di Obama, una crescente indifferenza di Washington verso il Medio Oriente. Per Obama l’Asia rappresentava il futuro, l’Africa e l’America latina meritavano molta più attenzione di quanto ne ricevevano. La crisi economica e finanziaria che investirà l’economia globale alla fine del primo decennio del nuovo secolo e infine la pandemia cancelleranno del tutto dalla agenda dei governi occidentali la questione Afghanistan. La carica liberatrice degli inizi della missione si infrangeva sulla durezza della realtà.

11) Lasciando l’Afghanistan Biden ha messo la parola fine nel peggiore dei modi alla presenza americana in un teatro ritenuto secondario. Lascia campo libero alla iniziativa verso Kabul della Cina, del Pakistan e dello stesso Iran senza escludere le ambizioni della Turchia di Erdogan. L’Europa mostra disappunto per la iniziativa unilaterale di Biden. Dall’Europa dopo gli accordi di Doha tra Trump e i talebani non è venuta alcuna alternativa al ritiro degli americani. Alla riunione del G7 in Cornovaglia dall’11 al 13 giugno cui partecipò il neo presidente americano, tra incontri bilaterali e discussioni, non un leader europeo sollevò la questione delle conseguenze del ritiro degli Usa! Lo stesso era accaduto alla riunione del Consiglio atlantico del 10 giugno. Nessuno ricordò che nei primi tre mesi dell’anno erano stati ammazzati in quel Paese 573 civili e 1200 erano stati feriti, soprattutto donne e bambini. Se si pensa alle estenuanti dispute nel Parlamento per votare i finanziamenti alle missioni militari italiane operanti all’estero, si intende quanto sia elevata la ipocrisia di chi oggi protesta in Italia e in Europa contro Biden. Per non parlare di chi per venti anni ha manifestato chiedendo che le truppe americane lasciassero l’Afghanistan e oggi si mostra indignato per il ritiro degli Usa e solidarizza con le vittime degli studenti coranici. Saranno i primi costoro a chiedere di trattare e riconoscere il regime talebano. Il terreno su cui si è già collocato l’ineffabile “avvocato del popolo”.

12) L’Unione europea è ad un bivio: o compie un significativo passo avanti verso forme avanzate di difesa comune accrescendo le sue capacità politiche e militari o rischia una marginalizzazione e di subire i condizionamenti della Russia e le pretese della Turchia nel Mediterraneo. Una decisa scelta in questa direzione contribuirebbe a rilanciare su basi nuove l’alleanza tra gli Usa e l’Europa. Un rilancio fondato sulla ridefinizione delle priorità e degli obiettivi comuni, dei criteri di azione condivisi, della razionalizzazione delle risorse e rafforzamento delle rispettive capacità attraverso una crescente specializzazione e divisione dei ruoli. Decisivo in ogni caso sarà un reale aggiornamento delle sedi e dei meccanismi di consultazione e assunzione delle decisioni. Quello che è mancato per l’Afghanistan.