«L’attacco dell’11 settembre 2001 ha segnato uno storico spartiacque per l’America, quindi per il mondo intero, come lo erano state altre date simbolo del Novecento: Sarajevo nel 1914 con l’esaurirsi della Belle Epoque, la Bomba atomica nel 1945 con la sanzione dell’egemonia americana tra le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, e la caduta del Muro nel 1989 quando finì il comunismo internazionale di stampo sovietico e non si parlò più del mondo bipolare che aveva dominato per mezzo secolo. Un nuovo attore irruppe sulla scena mondiale, il terrorismo islamista». Ad affermarlo è Massimo Teodori, professore di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti. Tra i suoi libri sull’America, ricordiamo: Ossessioni americane. Storia del lato oscuro degli Stati Uniti (Marsilio, 2017); Obama il grande (Marsilio, 2016); Storia degli Stati Uniti e il sistema politico americano (Mondadori, 2004) e, dal 20 maggio in libreria, Il genio americano. Sconfiggere Trump e la pandemia globale (Rubettino, 2020).

Undici Settembre 2001. L’America scopre di essere vulnerabile a casa sua. Le Torri Gemelle, il Pentagono. Professor Teodori, cosa cambia in quel momento per gli Stati Uniti?
Dal punto di vista della politica estera, cambia il fatto che da una situazione in cui si ritenevano l’unica potenza internazionale, devono prendere atto che c’è un nuovo attore globale che è il terrorismo islamista, con caratteristiche nuove rispetto agli scontri frontali a cui gli Stati Uniti erano abituati fino ad allora, prima con la Seconda guerra mondiale e soprattutto con il blocco sovietico-comunista. Quel che accadde l’11 Settembre 2001 comportò una revisione delle priorità in politica estera e anche della mentalità rispetto alla scena internazionale, nel senso che quell’avversario era qualcosa di impalpabile che poteva pesare anche all’interno degli Stati Uniti, cosa del tutto nuova nella storia americana. Per altri versi, soprattutto attraverso i circoli neocon allora dominanti attorno a George W. Bush, fu fomentata la paura che il nemico era non solo alle porte ma era addirittura penetrato dentro la società americana. Qualche anno dopo, con la presidenza di Donald Trump, sarà emesso un decreto che vieterà l’ingresso negli Stati Uniti ai musulmani provenienti da 6 Paesi, un fatto assolutamente nuovo nella politica immigratoria degli Stati Uniti che è stata sempre aperta, salvo i problemi delle quote che nel corso del tempo sono variate. Quella legge di Trump ha la sua radice nel pensiero del circolo dei neo conservatori, quello che mise in campo le strategie delle campagne militari in Afghanistan nello stesso 2001 e nel 2003 in Iraq, conclusesi entrambe, subito quella dell’Iraq e adesso quella dell’Afghanistan, in maniera disastrosa per l’immagine e il potere degli Stati Uniti nel mondo. L’11 settembre rese evidente che quel terrorismo era divenuto un protagonista della politica mondiale, un’inedita potenza senza territorio, eserciti riconoscibili, e regole militari. Il mondo che si immaginava pacificato, in realtà non lo era affatto: una nuova sfida, potente e inafferrabile, incombeva non solo sull’Occidente ma ovunque. Avevano assunto una forma nuova i conflitti ideologici sotto la specie religioso-integralista, e quelli politico-militari tra Est e Ovest che avevano di mira l’egemonia nel mondo musulmano. La “Storia non era finita”, come aveva sostenuto, con un titolo a effetto, un noto politologo americano.

Vent’anni fa sull’onda degli attacchi alle Torri Gemelle iniziò l’operazione militare in Afghanistan come guerra al terrorismo qaedista. Ma su quell’idea s’innestarono poi altre narrazioni, come l’esportazione della democrazia e del modello occidentale. Guardando alla storia di questi vent’anni, è corretto parlare di un fallimento culturale e non solo politico-militare?
Quello politico-militare è il fallimento di una determinata politica, quella che allora impostarono i neocon. I neocon che avevano a quel tempo loro esponenti come ministro della Difesa e Vice presidente degli Stati Uniti. Molti di quelli che facevano parte di quel circolo provenivano niente meno che dalla sinistra trotzkista, cioè dalle fila di chi riteneva che il mondo potesse essere dominato da una minoranza che usava la forza per imporre le proprie idee. Questo particolare, che non è stato sottolineato se non allora, è molto rilevante proprio perché la mentalità dell’esportazione della democrazia, che faceva il paio con l’esportazione della rivoluzione che non c’era più, s’intrecciava con i concreti interessi di carattere economico, industriale, di alcuni dei membri del governo Bush, soprattutto nel settore militare e nel petrolio.

Vent’anni fa fu un “nuovo inizio” per l’America. Quali ne furono i tratti peculiari?
Vent’anni fa cominciava a cambiare anche l’idea che molti americani avevano di sé, inducendoli a rivedere la teoria secondo cui la storia aveva assegnato alla nazione americana una speciale missione nel mondo. Il nemico non era più il comunismo ma il terrorismo sotto specie islamista: non ci si doveva difendere più con i rifugi atomici sotto le villette suburbane, ma occorreva andare a caccia, in America e nel mondo, dei terroristi islamici che avevano osato entrare in America. Il presidente Bush Jr. fu convinto dai neoconservatori ad inviare i marines in Afghanistan e Iraq, nell’illusione di sradicare il terrorismo ma con l’effetto opposto di accendere nuovi fuochi; Barack Obama, con un’ottica opposta a quella del suo predecessore, iniziò il ritiro militare da alcuni scacchieri geo-strategici, così indebolendo la realtà dell’America come garante della sicurezza e coltivando l’illusione del dialogo con gli islamici moderati tentato all’Università del Cairo; e Donald Trump, esaltato dallo slogan “America First”, pensò che con gli accordi di Doha dell’ultimo anno avesse chiuso in Afghanistan la partita con i talebani, senza curarsi di avere posto le premesse del precipizio di questi giorni. Infine l’incolpevole Joe Biden, dopo avere dichiarato di voler tornare al multilateralismo, ha preso da solo l’avventata decisione del ritiro da Kabul, sostenuta dalla maggioranza dei cittadini, e confidando in quell’esercito locale che tutti i presidenti americani avevano lautamente ma inutilmente sovvenzionato.

Vent’anni dopo, alla luce del ritiro americano dall’Afghanistan, molto si è ironizzato sullo slogan che ha caratterizzato la campagna presidenziale di Joe Biden: “America’s back”. C’è chi l’ha trasformato in “America’s back home”. Guardando soprattutto all’Europa, tra quelli che hanno letto questo ritiro in termini di “resa”, tradimento etc. dell’America, ci sono gli stessi che in passato firmavano appelli infuocati contro l’America “Gendarme del mondo”.
C’è sempre stata presso gli europei un’alternanza di anti americanismo che di volta in volta si è espresso nell’accusa contro l’America “Gendarme del mondo”, ovvero contro l’America che rifiutava di proteggere nazioni e popoli contro i totalitarismi. Questo è un atteggiamento tipico degli europei, forse dettato da un complesso d’inferiorità verso gli Stati Uniti, che è andato avanti fin dalla Seconda guerra mondiale, cioè fin da quando l’egemonia degli Usa ha preso il posto dell’egemonia dell’Europa. Questo è il punto fondamentale. Gli europei, a sinistra come a destra, si sono rivoltati, con atteggiamenti che io chiamo “carsici”, anti americani. Carsici perché vanno e vengono, e risorgono di volta in volta. Quello che però io vorrei sottolineare, è un elemento nuovo, che si determina con le ultime tre presidenze Usa, quella di Obama, poi quella di Trump e ora quella di Biden..,

Qual è questo elemento di novità, professor Teodori?
È il fatto che la società americana non sopporta più le guerre all’estero. Non sopporta più di mandare i propri figli a morire non si sa dove e perché. Cosicché c’è stata una trasformazione anche degli eserciti americani. Nel senso che man mano gli eserciti americani sono diventati sempre più degli eserciti “a contratto” più che eserciti di americani come erano stati nella Seconda guerra mondiale, e poi anche nell’impresa della Corea e in parte fino al Vietnam. D’allora in poi gli americani non vogliono più andare all’estero a combattere. Questo ha influito notevolmente sull’atteggiamento di Obama, che ha iniziato il ritiro da alcuni scacchieri internazionali, proseguito in maniera decisa con Trump e il suo “America first”, riprendendo nella maniera peggiore una vecchia tradizione isolazionista, e adesso con Biden, il quale ha detto: meglio andare via di corsa, succeda quel che succeda, che continuare a stare lì e mandare uomini, risorse militari e spese per il contribuente americano.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.