Se l’Istituto di statistica nazionale certifica che 12 milioni di italiani, dunque quasi un quarto della popolazione dai 14 anni in su, non si interessano e tantomeno partecipano alla politica e che sono in aumento, certamente non suscita sorpresa. Ma preoccupazione, quella sì, deve suscitarla. Diciamo che 12 milioni di italiani, e il dato crescente si riferisce purtroppo in primo luogo alle donne, dichiarano che la politica – dunque l’attività legislativa e quella governativa – secondo loro è inutile, inefficace oppure perniciosa. Nell’eterno dissidio fra governanti e governati che ha contraddistinto tutta la storia umana, questo piccolissimo spicchio che immortala l’Italia da Tangentopoli ad oggi racconta con chiarezza una deriva che si sarà certamente ripetuta molte volte, ma che oggi ci impone, per un fattore nuovo che spiego fra poco, di interrogarci su come fermarla e se possibile invertirla.

Basta andare in qualche negozio o salire su un autobus o mangiarsi una pizza con gli amici. Se il discorso cade sulla politica, i sentimenti che si accendono sono il disprezzo, la delusione, qualche volta il vivo rancore. Quando va bene, si manifesta il riflesso pallido di un vecchio interesse seppellito tanto tempo fa. Solo i giornali e telegiornali italiani sembrano non essersene accorti, e continuano ad infarcire di dibattito politico l’agenda del racconto nazionale. Per moltissimi italiani e per le loro vite, però, l’agenda è tutt’altra È un filo fragilissimo e nervoso quello che lega i liberi cittadini alle istituzioni, ed ha una trama speciale perché costituisce il fondamento di ogni comunità. Se si sfilaccia, aumenta enormemente la complessità sia per gli uni che per le altre; se si spezza, la democrazia lascia spazio all’autoritarismo e dalla complessità si passa al buio.

Se molti italiani non vogliono saperne della politica, occorre che Parlamento e governo se ne assumano la responsabilità. Se poi, come emerge dalle rilevazioni Istat, cresce enormemente il numero di persone che si informano tramite i social media, quella presa di responsabilità diventa impellente. Perché qui subentra il fattore nuovo: è lo sviluppo tecnologico, la digitalizzazione, l’uso degli algoritmi, l’intelligenza artificiale. In questi mesi le istituzioni europee, con in testa Commissione e Consiglio d’Europa, si stanno occupando con grande urgenza proprio di come l’intelligenza artificiale sia in grado di intervenire nel processo democratico, manipolando, polarizzando o preordinando le convinzioni e le sensibilità dei singoli – anche politiche – proprio attraverso l’uso massivo dei social network.

L’intelligenza artificiale consente di targettizzare gli elettori con millimetrica precisione (ricordiamo il caso Cambridge Analytics), di rafforzare le loro idee rendendoli sempre più intolleranti a quelle altrui, di favorire finti dibattiti online in cui la maggioranza in realtà potrebbe essere costituita da finte persone (i famosi bots), di sviluppare sistemi predittivi o di inquinare intere campagne elettorali per mano, ad esempio, di Stati interessati ad influenzare il percorso democratico di altri Stati. Non voglio dire che l’intelligenza artificiale sia il male assoluto, ma voglio dire che si tratta di uno strumento che in tempi di corrosione della democrazia rischia di trasformarsi in uno straordinario mezzo di accelerazione verso forme di autoritarismo e che la tecnologia rende molto più immediate ed “economiche” di tutte le precedenti forme di autoritarismo sperimentate.

Altro elemento, gli algoritmi di intelligenza artificiale sono sviluppati e detenuti da aziende private, il che apre una questione seria su come verranno stravolti gli equilibri consolidati tra potere pubblico e privato a cui siamo abituati. Lo so, sono temi ampi e hanno quel sapore di catastrofismo che fa venire voglia di mollare subito e occuparsi di cose più semplici e immediate. E questo è uno dei principali errori della politica: l’aver rinunciato, in tempi di crescente complessità e interdipendenza, alla sua prima funzione, che è quella di farsi artefice di una visione rappresentativa, certo, ma sempre evolutiva della comunità umana. La complessità va affrontata. L’esperimento politico del grillismo, il più recente della storia italiana, ha provato a dare una risposta etica a questa complessità e a riprendere in mano il filo dividendo fra puri e impuri, o buoni e cattivi. Ha fallito. Oggi occorre molto di più, e a governo e Parlamento incorre l’obbligo di tentare tutto per scongiurare la debacle della democrazia liberale così come la conosciamo.

Occorre rimettersi davvero alla guida del paese, riprendere il contatto con la realtà, che è profondamente cambiata in questi mesi, e non allontanarsi mai da essa, magari per rincorrere qualche velleitaria e momentanea illusione di consenso. Ci vuole la capacità di elaborare una visione complessiva dell’Italia che deve arrivare, coinvolgendo tutti, non solo i partiti politici di ogni parte né gli stakeholders nazionali, ma tutta la popolazione, la quale per quanto disinteressata e disillusa non può scampare dall’eventuale crollo della democrazia. Vanno coinvolti tutti, bisogna dire la verità su come stanno le cose, sui soldi che non arrivano, sui rischi per la nostra salute, bisogna scrivere leggi comprensibili, ascoltare con attenzione la verità delle persone, delle famiglie, delle imprese, sforzarsi di mettere in campo le misure che servono dopo averle studiate bene, e mettere in campo solo quelle. Bisogna essere economici, nel vero senso del termine.

E’ un lavoro di ricostruzione che va avviato con un respiro lungo. Altrimenti la prossima rilevazione Istat certificherà che quei 12 milioni saranno raddoppiati e non potremo più definirci una democrazia, perché mancherebbe la materia prima: il cervello, il cuore e la forza dei cittadini. Boris Pasternak ha scritto: «La politica non mi dice niente. Non amo le persone che sono insensibili alla verità» Ecco, da qui, con o senza Istat, dobbiamo ripartire.