"Il vero lusso è fatto a mano, va difeso"
Alessandro Marinella: così cambia il Made in Italy tra crisi globale e nuove strade
Il Made in Italy si misura oggi con un mondo che cambia rapidamente, dove gli equilibri economici e geopolitici si ridefiniscono con maggiore frequenza e intensità. Tra tensioni commerciali, nuovi dazi e instabilità — dai dazi USA allo Stretto di Hormuz — fare impresa significa muoversi in un contesto più articolato e incerto, che richiede capacità di adattamento e visione. È in questo scenario che si inserisce la settimana dedicata al Made in Italy Day, momento simbolico per riflettere sul valore economico, culturale e identitario delle imprese italiane.
Lo racconta bene Alessandro Marinella, quarta generazione alla guida della storica maison napoletana fondata nel 1914, simbolo di un lusso discreto e artigianale. «Fortunatamente siamo stati poco impattati direttamente — spiega — anche perché il nostro modello è molto particolare: non siamo ovunque, non dipendiamo da grandi piattaforme distributive globali. Vendiamo in Italia e in alcune boutique selezionate in Europa e negli Stati Uniti, mentre a est siamo presenti solo in Giappone». Una scelta che, in tempi normali, può rappresentare un limite. Ma che oggi diventa un vantaggio. In un’economia sempre più esposta alle tensioni globali, la minore dipendenza da grandi mercati o da filiere complesse riduce i rischi. «Lo abbiamo visto anche con la guerra in Ucraina», osserva Marinella. Tuttavia, gli effetti indiretti si fanno sentire: aumento dei costi energetici e logistici, pressione sui prezzi, rallentamento dell’export. «L’innalzamento dei prezzi, dalla benzina ai trasporti, pesa su tutte le aziende. E poi c’è un contesto generale difficile: l’Italia che cresce poco, i tassi di interesse, un’Europa ancora troppo disunita». È proprio questa frammentazione, secondo molti imprenditori, uno dei principali punti deboli del sistema. In un mondo che si riorganizza per blocchi — con nuovi equilibri tra Occidente e Oriente — la mancanza di una strategia comune rischia di penalizzare le imprese europee.
Eppure, anche dentro questo scenario, alcuni indicatori tengono. «Il turismo di fascia alta, per esempio, in Italia resta forte. E alla fine, la torta complessiva regge», dice. È una fotografia tipica del Made in Italy contemporaneo: non una crescita lineare, ma una capacità di compensare le difficoltà con altre leve — dalla domanda internazionale al valore percepito del prodotto. In questo contesto, il “saper fare” torna centrale. Non solo come elemento identitario, ma come vero fattore competitivo. «Per noi la sartorialità è tutto», afferma Marinella. «Il vero lusso è fatto a mano, ed è qualcosa che va difeso». Una posizione che riflette una tensione più ampia: quella tra un’industria del lusso sempre più globalizzata e una manifattura che rivendica autenticità, controllo della filiera e qualità.
Non a caso, molte aziende stanno rafforzando il controllo sui propri fornitori o internalizzando parti della produzione. Ma il “saper fare” oggi non basta da solo. Va accompagnato da trasformazioni profonde: digitalizzazione, sostenibilità, diversificazione. Marinella lo racconta con pragmatismo: «Abbiamo lavorato molto sui processi interni e sull’e-commerce, ma anche sul prodotto, ampliando l’offerta oltre la cravatta». Una necessità, più che una scelta. In un mercato in cui i codici dell’eleganza cambiano, la diversificazione diventa una forma di resilienza.
Accanto a questo, cresce l’attenzione alla sostenibilità, soprattutto tra le nuove generazioni. «C’è una sensibilità diversa», osserva. Certificazioni, riduzione della plastica, attenzione alla filiera: non sono più elementi accessori, ma parte integrante del posizionamento di marca.
Alla fine, la sensazione è che il Made in Italy si trovi oggi in una fase di transizione. Più esposto ai rischi globali, ma anche più consapevole delle proprie specificità. Più fragile sul piano macroeconomico, ma ancora solido nelle sue radici produttive. «Spero in un ritorno al dialogo internazionale», conclude Marinella. Forse è questa la vera condizione perché il sistema possa continuare a crescere. Perché, al netto delle crisi, resta un dato: il valore del Made in Italy non è solo economico, ma culturale. E continua a essere riconosciuto nel mondo.
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