Lo scaffale
Alla scoperta del meraviglioso mondo di Henry James, il più grande (purtroppo)
Randall Jarrell lo indicò come il migliore romanziere inglese, aggiungendo «ahimè», quasi controvoglia. Esce il magnifico volume adelphiano con i Taccuini, in cui si trova di tutto: un piacere squisito
A chi gli chiedeva chi fosse il migliore romanziere inglese, il poeta e grande critico letterario Randall Jarrell rispose: «Henry James, ahimè». È l’identica risposta che fornì André Gide su chi fosse il più grande scrittore francese: «Victor Hugo, purtroppo».
Nell’assegnazione del primato a due giganti come James e Hugo c’è in entrambi i casi quel “purtroppo” o “ahimè” che indica l’inevitabilità di quel giudizio dato controvoglia, quasi che una maledizione avesse impedito ad altri di superarli. Più di cento anni dopo i giudizi saranno diversi, forse. Resta tuttavia scolpita nel tempo la grandezza per certi versi inarrivabile di Henry James – è di lui che qui parliamo – scrittore straripante per quantità e qualità dell’opera letteraria. Adelphi ora ha pubblicato questo meraviglioso volume jamesiano che comprende i Taccuini che lo scrittore annotò per anni e anni, un laboratorio nel quale si ritrova l’“ideologia letteraria” dell’autore di “Ritratto di signora” e cento altri capolavori. Per il lettore che già ne ha letto qualche romanzo tra i tanti, questo volume dal titolo stupendamente jamesiano, “Ormai non poteva succedere più nulla” (ed. italiana a cura di Ottavio Fatica, Adelphi), è senz’altro un piacere squisito. Vi si trova di tutto. Dalle idee per un libro alle descrizioni dei luoghi che egli frequentò (che belli i passaggi su Venezia, la Venezia del “Carteggio Aspern”), alle notazioni su personaggi della sua epoca a cavallo tra due secoli.
Partiamo proprio dal titolo del libro. È il mai dimenticato Roberto Calasso a estrarre questa frase dalla sterminata produzione di James, una frase realmente pronunciata da una certa Mrs. Procter che lo scrittore inglese (di cittadinanza inglese, era nato a New York) annotò in un taccuino: «Ricordo come Mrs. Procter una volta mi abbia detto che, dopo una lunga vita segnata da tanti affanni e sofferenze, vicissitudini e sciagure, fosse per lei un piacere singolare, un lusso profondamente sentito, nell’autunno della vita, poter stare seduta a leggere un libro: già il senso stesso di sicurezza che le dava, la sensazione che, con tutto ciò che aveva passato, ormai non poteva succedere più nulla, era fortissimo in lei». In questa “sottrazione” massima – «non poteva succedere più nulla» – lo scrittore vede il nucleo di un racconto, che poi non scrisse, cogliendo l’emozione di un attimo legata a tutta un’esistenza. Questo è James. Il piccolissimo e il grandissimo, come il granello di sabbia e la spiaggia infinita.
I Taccuini sono il deposito vivido di una ricerca continua di possibili soggetti, sviluppi di trame, elenchi di nomi, spiegazioni a sé stesso di certi tratti di un personaggio. L’uomo e lo scrittore davvero fusi in una cosa sola. James – scrive Ottavio Fatica nella postfazione – «era alla mercé della sua mente». Un «sacerdote» della parola, anzi, della frase, la frase jamesiana capace di allungarsi per una pagina quanto di fulminare il lettore con quattro parole. Il cervello dello scrittore inglese è preda di impulsi continui. Annota l’idea di una ragazza irrimediabilmente malata – «fatemi vivere, fatemi vivere!» – che solo vent’anni dopo ritroviamo ne “Le ali della colomba”, altro capolavoro della maturità. È come preso dall’estasi della perfezione. «Dovrebbe essere un piccolo gioiello di forma smagliante, sveglia, vivida», scrive in vista di “Daisy Miller”, romanzo che gli procurò il primo forte successo.
A proposito di “Ritratto di signora”, che probabilmente è il suo romanzo più noto, James annota: «La prima critica ovviamente sarà che non è compiuto – che non ho accompagnato la protagonista fino alla conclusione della vicenda – che l’ho lasciata “en l’air”. Ciò è vero e falso al tempo stesso. Non si dice mai “tutto” di una cosa: si finisce per scegliere soltanto ciò che sta bene assieme». La ricerca ossessiva della perfezione diventa la seconda pelle dello scrittore inglese. Perfezione raggiunta in molti momenti di una vita interamente dedicata a leggere i misteri dell’animo umano, e fissarli per sempre sulla carta.
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