Condannato e arrestato in aula. Colpo di scena al processo per la morte di Arianna Flagiello, la giovane donna che il 19 agosto del 2015 si lanciò dal balcone della sua casa al quarto piano di via Montedonzelli, nel quartiere Arenella. Mario Perrotta, il compagno con cui conviveva da un paio di anni dopo dodici di fidanzamento, è stato condannato a 22 anni di reclusione per istigazione al suicidio e maltrattamenti aggravati, ed è stato arrestato in aula un minuto dopo la lettura del dispositivo. I carabinieri lo hanno circondato mentre era in piedi, accanto ai suoi difensori. Perrotta è rimasto impassibile, non ha proferito parola. Evidente il suo stato di choc.

Non capitano spesso sequenze come questa: la condanna, tra l’altro ben più severa di quella chiesta dal pubblico ministero al termine del dibattimento, e contestualmente l’arresto. In una manciata di minuti la vita di Perrotta è cambiata. Difeso dagli avvocati Sergio Pisani e Maurizio Zuccaro che hanno annunciato ricorso al Riesame contro il provvedimento di custodia cautelare e in Appello contro la sentenza non appena saranno depositate le motivazioni, Perrotta si era sempre detto estraneo alle accuse. “Non l’ho istigata al suicidio” aveva ripetuto. Il processo è durato quasi tre anni. In ogni udienza si sono ascoltati testimoni provando a scavare nella quotidianità e nell’intimità della coppia. Arianna e Mario erano fidanzati da molti anni, e da due convivevano.

Ma il loro non era un rapporto sereno, a sentire i familiari di Arianna e amici della coppia. Nel capo di imputazione contestato al 34enne del Vomero ci sono riferimenti a “calci, pizzichi, buffetti” e messaggi del tipo “sto tornando accumincia a fui’…”, “…mo ti faccio mettere paura veramente”, con cui, secondo le accuse, Perrotta “umiliava e offendeva Arianna fino a ridurla in uno stato di soggezione completa”.

I litigi tra i due avrebbero riguardato anche questioni di soldi, perché per l’accusa, Mario avrebbe indotto Arianna a “procurargli denaro per soddisfare i propri desideri nonché le esigenze economiche della propria famiglia di origine” visto che lei aveva un lavoro stabile presso una casa editrice e lui solo lavori saltuari. Dalle indagini era emersa anche una presunta richiesta di 19mila euro che l’uomo avrebbe avanzato alla compagna e alla mamma di lei nei giorni precedenti il suicidio di Arianna, ma il reato di estorsione è l’unico capo di imputazione dal quale Perrotta è stato assolto.

Per il resto, nei suoi confronti i giudici della terza sezione della Corte di assise del tribunale di Napoli (presidente Roberto Vescia) hanno usato il pugno duro: condanna a 22 anni di carcere, a fronte dei 18 anni chiesti dal pm Lucio Giugliano in sede di requisitoria, e arresto. La sentenza chiude così il primo grado di giudizio. Nel processo i genitori di Arianna e la sorella Valentina (rappresentati dagli avvocati Pasquale Coppola e Mario Imbimbo) si sono costituiti parte civile, affiancati anche dall’associazione Salute donna. “Siamo soddisfatti per l’esito di questo processo in cui era contestata un’ipotesi di reato, istigazione al suicidio, che in genere è difficile da provare – ha commentato l’avvocato Giovanna Cacciapuoti, che assiste l’associazione in difesa delle donne vittime di violenze ammessa tra le parti civili di questo processo – Ritengo che per la morte di Arianna sia stata fatta giustizia”.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).