Le dichiarazioni confuse di chi accusava e la mancanza di riscontri a quelle accuse. È così che anche in Appello è crollato l’impianto accusatorio edificato dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere nell’ambito dell’inchiesta che nel 2016 si abbattè come un uragano sul vertice dell’amministrazione comunale di Maddaloni, nella provincia casertana. L’indagine coinvolse l’allora sindaco Rosa De Lucia e l’allora assessore Cecilia D’Anna, oltre all’imprenditore dei rifiuti Alberto Di Nardi. Si ipotizzó un giro di tangenti nel quale l’allora assessore D’Anna non c’entrava nulla, ma per stabilirlo ci sono voluti anni di processo e gogna mediatica e persino il trauma di finire agli arresti.

Ieri la Corte d’Appello di Napoli (presidente Marta Di Stefano) ha pronunciato la sentenza di assoluzione nei confronti di D’Anna. Accolte appieno le tesi della difesa rappresentata dagli avvocati Alfredo Sorge e Mario Corsiero. Assoluzione con formula piena, per non aver commesso il fatto come recita il dispositivo firmato dai giudici al termine del processo di secondo grado voluto dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere. Cecilia D’Anna, infatti, era stata assolta già in primo grado ma al pm non era bastato e ha impugnato la sentenza ritornando a battere sulle dichiarazioni dell’imprenditore Di Nardi e su alcune intercettazioni finite agli atti. Gli avvocati Sorge e Corsiero hanno replicato punto per punto alla ricostruzione accusatoria, evidenziando l’assenza di qualsivoglia riscontro alle ipotesi che indicavano D’Anna coinvolta nelle tangenti legate a un certo appalto finito all’attenzione degli inquirenti. Non solo assenza di riscontri alle accuse, dunque, ma addirittura in alcuni casi riscontri negativi, cioè che smentivano i sospetti accusatori: è stato questo il nucleo centrale della difesa. La prima assoluzione, quella in primo grado emessa dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, ci fu nel novembre 2019. Ieri la conferma in appello.

Dietro queste sentenze e queste date c’è un pezzo di storia umana e giudiziaria, quella di Cecilia D’Anna. La sua esperienza politica di assessore fu stroncata dagli effetti dell’indagine penale, dalla misura cautelare (poi revocata), dalla gogna mediatica su cui influì anche il fatto che D’Anna fosse la compagna della sindaca Rosa De Lucia. Si scavò nella vita privata delle due donne, dai viaggi all’estero alla casa ristrutturata per andarci a vivere insieme. Sul piano penale l’inchiesta seguì il binario della corruzione in relazione a un appalto. L’imprenditore Di Nardi, che gestiva il trasporto rifiuti urbano a Maddaloni, fu condannato in primo grado con rito abbreviato, la sindaca De Lucia patteggiò la pena. Dopo il ciclone giudiziario D’Anna è tornata al suo lavoro di professoressa e la sentenza di conferma dell’assoluzione emessa ieri mette un punto alla gogna e smentisce ancora una volta tutti i sospetti.

«Esprimo grande soddisfazione per l’operato della Corte che ha celermente celebrato e definito il giudizio di appello – ha commentato l’avvocato Sorge – Questa sentenza segna la parola fine per la dottoressa D’Anna la cui totale estraneità ai fatti era palese sin dalle prime indagini». Inevitabile non pensare alla sofferenza per la gogna subita. «La totale estraneità era palese – ha aggiunto il penalista – e invece la dottoressa D’Anna ha dovuto subire ingiustamente il calvario di un arresto e di un processo che ha per ben due volte sancito la sua innocenza».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).