Il caso
Attentato a Sigfrido Ranucci: la Procura di Roma sta dando una lezione di compostezza da manuale
Talvolta capita, anche dopo vent’anni di grigie aule penali, di sognare ad occhi aperti. Mi è successo scorrendo la rassegna stampa di questi giorni. La conduzione dell’indagine romana che occupa da settimane le prime pagine dei quotidiani incarna, ai miei occhi, quell’ideale garantista che avevo dato per morto-sepolto sotto la valanga di No al referendum. Chi, come me, sta per traguardare il mezzo secolo ricorda l’avvento del giustizialismo degli anni ’90, le cronache di Tangentopoli, con indagini, che non ammettevano zone grigie: per guadagnarti lo status di vittima dovevi dichiararti concusso, altrimenti rischiavi di concorrere nella corruzione, punto. Né la sinfonia è poi cambiata molto. Ancora oggi l’iscrizione nel registro degli indagati è troppo spesso un automatismo — una telefonata intercettata, un’agenda, un sospetto ben pettinato, e la notizia dell’avviso di garanzia arriva – se la vicenda ha rilievo mediatico – con il telegiornale della sera. L’elemento soggettivo? Figurarsi, materia da dibattimento. Prima si iscrive, poi si approfondisce, quando e se si approfondisce.
Attentato a Sigfrido Ranucci: la Procura di Roma sta dando una lezione di compostezza da manuale
In queste settimane, finalmente, qualcosa di diverso. Nella vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci, la Procura di Roma sta dando una lezione di compostezza da manuale. Riepiloghiamo quanto tutta la stampa va riportando — beninteso, ricostruzioni giornalistiche che attendono verifica processuale. Il 2 luglio il giornalista, invitato dai pm a indicare piste plausibili sull’attentato subìto, non fa parola dell’amico Valter Lavitola, pluripregiudicato che da mesi — scrivono i cronisti — lo intratteneva proprio sull’attentato e sui possibili autori, e che, interrogato, non avrebbe escluso che l’amico potesse aver dubitato di lui. Ha taciuto il nome dell’amico? Ignoranza del suo ruolo, non reticenza. Giustamente la Procura, ritenuta la totale buona fede di Ranucci, non lo iscrive. Il 4 luglio Lavitola viene perquisito e scopre di essere indagato quale mandante. Poche ore dopo, alle 3.56 della notte, i due — a quanto si apprende — conversano su Signal per circa due ore; contestualmente, un file dal nome evocativo, «Ordinanza.pdf», transita verso l’entourage del giornalista, e all’alba, per dirla con il gip, è già in corso la ricerca di una «spiegazione plausibile».
I telefoni
Ancora una volta, la Procura romana merita il plauso, perché pretende, anche ai fini della mera iscrizione — atto che, ci insegnano, nulla pregiudica —, lo scrutinio pieno dell’elemento soggettivo. Ranucci ha discusso con Lavitola due ore la notte della perquisizione? Conforto a un amico in difficoltà, non concorso nella ricerca di un alibi, e, se pure alibi fosse, cercato in buona fede. Il dolo, signori, il dolo: dove non c’è dolo non c’è reato, né obbligo di iscrizione. Quanto ai telefoni, in quello di Lavitola, sequestrato, parrebbero mancare settimane di chat con l’amico; di quello del giornalista non è dato sapere, perché non è mai stato sequestrato né copiato, né esibito. A chi se ne domanda il perché rispondo io che evidentemente ignora l’articolo 200, comma 3, del codice di rito, che accorda al giornalista il segreto sulle fonti fiduciarie, e la giurisprudenza di Strasburgo sulle intrusioni nei materiali dei cronisti. Può escludersi che tra le chat con l’amico pluripregiudicato si annidasse una fonte? No! E allora le fonti vanno protette sempre, perfino quando coincidano, per avventura, con il mandante reo confesso del proprio attentato.
Qualche eterno bastian contrario, obietterà che l’iscrizione serve proprio a verificare se il dolo ci fosse; che il segreto protegge la fonte, non la vittima che parla nientemeno che con il mandante; che il sequestro del secondo telefono era l’unico modo per stabilire se i «buchi» siano cancellazioni selettive o altro. Sbagliano, costoro, a non vedervi una esemplare attuazione di quel diritto penale liberale che i penalisti invocano da anni, fatto di presunzione di buona fede, di centralità dell’elemento soggettivo, di sacralità degli strumenti del mestiere, di prudenza nell’uso del registro degli indagati. Insomma, un modello, e ai modelli si chiede soltanto di essere replicabili. Il mio auspicio è che il precedente Ranucci faccia scuola in ogni procura d’Italia, per ogni cittadino.
Cari Colleghi, plaudiamo al nuovo corso e pretendiamo, d’ora in avanti, per ogni assistito la stessa, sacrosanta, prudenza investigativa. C’è il rischio, certo, di svegliarsi e dover spiegare ai nostri clienti che la realtà processuale è usualmente altra. Ma intanto godiamoci il sogno di un ordinamento in cui la prudenza dell’accusa è la regola aurea, l’iscrizione l’extrema ratio.
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