Il ministro Speranza ha deciso di sospendere il decreto sul Cbd e avviare un approfondimento scientifico. Salutiamo con sollievo questo ravvedimento, nell’augurio che siano argomenti ed evidenze scientifiche al centro del confronto, e non posizioni ideologiche. L’inclusione delle preparazioni contenenti cannabidiolo (Cbd), un principi attivo della cannabis, nella tabella dei medicinali contenenti sostanze stupefacenti non ha alcun senso. Non lo pensiamo noi, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità che nelle sue raccomandazioni all’Onu sulla cannabis propone l’esclusione dalle sostanze sotto controllo delle convenzioni delle preparazioni a base di Cbd (che contengano meno dello 0,2% di Thc), in quanto non psicoattive.

All’inizio di dicembre infatti all’Onu di Vienna si voterà su una serie di raccomandazioni che l’Oms ha adottato dopo anni di revisione di letteratura scientifica e confronto con governi, ricercatori, malati e associazioni. Il punto centrale dell’iniziativa è rimuovere la pianta della cannabis dalla quarta tabella, quella che include piante, derivati e composti chimici ritenuti molto pericolosi per la salute pubblica e senza alcun valore terapeutico, con il fine di renderla più facilmente disponibile per motivi medico-scientifici.

A fronte di questo riconoscimento dell’uso terapeutico della cannabis da parte della massima autorità sanitaria mondiale, nell’ultimo mese l’Italia si è caratterizzata per almeno due gravi passi indietro: il decreto di cui abbiamo detto e una grave circolare della Direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico rispetto alle preparazioni a base di cannabis terapeutica. Secondo quanto comunicato il 23 settembre scorso, non sarebbero più consentite resine, oli e capsule decarbossilate, facendoci tornare a decotti e vaporizzazione. Si nega la possibilità (in piena emergenza covid) della spedizione tramite corriere delle preparazioni galeniche utilizzate da molte persone sia per la difficoltà di reperimento dei prodotti nella farmacia vicina a casa sia per le difficoltà di spostamento che caratterizzano molti pazienti. Per ora ancora nessuna risposta alla lettera aperta lanciata un mese fa da Associazione Luca Coscioni, Forum Droghe e tanti altri, e poi sottoscritta da oltre 1750 persone, che chiedeva chiarimenti rispetto alla circolare e l’apertura di un dialogo con il Ministero.

Qualche giorno fa si è aggiunto il Direttore generale delle Dogane e dei Monopoli Marcello Minenna, che ha chiesto ai rappresentanti degli esercizi che vendono, o intendono vendere prodotti da inalazione senza combustione – “svapo” – di autocertificare l’impegno a non commercializzare o detenere foglie, infiorescenze, oli, resine o altri prodotti con sostanze derivate dalla canapa sativa. In mancanza sono passibili di chiusura coatta. Con buona pace delle centinaia di negozi che già esistono e che, come tutti, soffrono a seguito delle misure anti-covid. Malgrado il permanere di una grave mancanza in tutta la penisola di prodotti a base di cannabis, sia di produzione italiana che d’importazione, il governo e le burocrazie statali si adoperano per complicare ulteriormente la vita a chi ne fa uso terapeutico e a ostacolare un settore economico che negli ultimi tre anni aveva visto un fiorire di attività produttive e di commercio. Allo stesso tempo, nonostante adesioni pubbliche di decine di parlamentari, alla Camera tutto tace sui vari progetti di legalizzazione della cannabis che negli anni sono stati presentati e che potrebbero essere accorpati alla proposta di legge d’iniziativa popolare consegnata a Montecitorio nel 2016.

I nostri penitenziari restano illegalmente strapieni a causa della legge sulle droghe, con la cannabis che la fa da padrona nelle denunce penali e nelle sanzioni amministrative. Come abbiamo documentato nell’XI Libro bianco, il 34,8% delle persone detenute nelle carceri italiane lo erano per droghe. La media europea è del 18%, quella mondiale del 20%. Un costo enorme in termini di diritti e di amministrazione della giustizia e che vale, solo per la detenzione, oltre 1 miliardo di euro l’anno! Perché alla vigilia di una decisione alle Nazioni unite che sicuramente comporterà fratture tra ultra-proibizionisti e riduttori dei danni, volersi caratterizzare nel panorama europeo per queste decisioni di retroguardia che ci riportano ai periodi peggiori della gestione della lotta alla droga di giovanardiana memoria?

Perché non ascoltare la società Civile, i pazienti e i cittadini? Perché fare l’economia del progresso scientifico?
Per aprire un dialogo con il governo e le istituzioni abbiamo lanciato un digiuno collettivo a staffetta, che in pochi giorni ha superato le 250 adesioni e che sta coinvolgendo attivisti, malati, commercianti, maniscalchi, docenti e studenti da tutta Italia.