Era la notte tra il 13 e il 24 gennaio 2012 quando Roberta Ragusa scomparve nel nulla da Gello, frazione di San Giuliano Terme, nella provincia di Pisa. Da allora nessuna traccia nemmeno del corpo della donna. Una sentenza stabilì che a ucciderla e far sparire il corpo fu Antonio logli, il marito, dopo una violenta lite con la donna. Dal 2019 l’uomo è in carcere e deve scontare una pena di 20 anni di reclusione.

Secondo la giustizia italiana, Logli agì spinto dal timore di una separazione onerosissima sotto il profilo economico, una volta che la moglie aveva ormai scoperto la sua relazione con l’amante ed ex baby sitter dei figli, Sara Calzolaio che poi ha anche sposato in carcere. Logli si è sempre detto innocente e presto chiederà una revisione del processo: la tesi della sua difesa è che Roberta si possa essere allontanata volontariamente. La donna, stanca di una routine familiare nella quale non si sentiva amata, avrebbe abbandonato tutto e tutti per cambiare vita.

Secondo la ricostruzione fatta da La Nazione sarebbero due i punti chiave su cui spingerebbe la difesa di Logli per far riaprire il processo. Il primo è la dichiarazione di un supertestimone. Ci sarebbero poi i cartelloni trovati nella soffitta della casa di Gello nei quali Roberta esprimerebbe la volontà di andarsene.

Per la suprema corte che ha stabilito la condanna di 20 anni per Logli il fatto che il cadavere non sia mai stato trovato “rafforza l’ipotesi accusatoria dell’omicidio per mano dell’imputato”. Il ragionamento è il seguente: se la morte fosse sopraggiunta per fatto accidentale, o colposo, o per causa naturale, lui avrebbe avuto “tutto l’interesse di conservare le evidenze probatorie in grado di avvalorarlo e di alleggerire la sua posizione”. Il cadavere mai ritrovato lo accusa, dunque. Come i suoi “comportamenti anomali”.

Comportamenti strani come la collaboratrice domestica Margherita Latona che lo vide il 16 gennaio a “raschiare con un oggetto metallico e lavare il pavimento del vialetto d’ingresso carrabile”; “l’omessa partecipazione alle ricerche” dell’imprenditrice; “la riluttanza a divulgare foto” della moglie. E poi la mattina dopo la sparizione: si è “recato senza alcun apparente motivo, mai spiegato nemmeno in seguito… tra le ore 7.31 e le 7.50, sebbene quel giorno in ferie” alla ditta Geste, “dove lavorava, prima di divulgare la notizia della scomparsa della moglie”. Cosa fece in quei 19 minuti? Infine, Loris Gozi, il teste che ha riferito di aver notato Logli la sera del delitto e di aver sentito litigare un uomo e una donna. Il movente nel “rapporto coniugale… logorato” per la relazione extraconiugale e gli interessi economici comuni.

La difesa di Logli farà approfondimenti sul giubbotto indossato quella sera con l’aiuto di una genetista. C’è poi il biglietto buttato giù a mano di un detenuto 60enne, oggi ai domiciliari, ma che nel 2016 era al Don Bosco dove si trovava il testimone del processo, Loris Gozi, per furto. “Un giorno vidi Loris preoccupato e gli chiesi come mai, lui mi rispose… che aveva rilasciato una falsa testimonianza… mi disse anche di essere preoccupato perché Logli lo avrebbe potuto denunciare”, le frasi rese pubbliche dalle tv. È un altro degli elementi sui quali la nuova difesa di Logli punta: sarà la corte d’appello di Genova a valutare.

Infine il ritrovamento di un cartellone dove Roberta appuntava i suoi pensieri e sfogava la sua solitudine. E dove la donna avrebbe evidenziato il desiderio di andarsene da casa. A dicembre 2011, un mese prima di sparire, avrebbe scritto: “Cosa ci faccio in questa casa?”. E ancora: “Il legame con i figli non dovrebbe spezzarsi neppure con la lontananza”. “Il mio sogno è quello di andare a riposare in posti caldi”. Anche a queste parole si affida la richiesta di un nuovo processo.

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Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.