È ripartito ieri alla Camera il travagliato iter del ddl in materia di disciplina degli orari di apertura degli esercizi commerciali; una misura talmente dirigista, illiberale e dannosa sia per i livelli occupazionali sia per l’economia da poter essere concepita solo dal M5S.  I consumi calano, il commercio è allo stremo, il PIL frena, i tavoli di crisi industriali aumentano. In questo quadro esplode l’ “impellente problema” delle serrate per legge. Ho presentato una controproposta per bloccare l’ennesimo provvedimento dannoso per le categorie produttive e che sembra quasi ispirato al desiderio di realizzare una specie di Stato etico; che entra di prepotenza nelle vite dei cittadini per condizionarne i costumi e circoscriverne le libertà, comandando loro quando lavorare, riposare, vendere, acquistare e quando stare in famiglia!

Sul tavolo già dalla scorsa Legislatura, il testo ha subito vari stop and go imputabili ai partiti che si sono alternati in maggioranza: in Commissione abbiamo trascorso mesi ad audire grande distribuzione, associazioni di categoria, sindacati, professionisti, esperti del settore… per poi assistere all’ “impantanamento” strategico ed ora ad una nuova accelerazione ideologica, che non soddisfa gli interessati e che, per giunta, non considerando gli sfavorevoli indicatori economici, finirà per aggravare la situazione: facendo perdere allo Stato qualcosa come 4,6 mld tra tasse, IVA e contributi dai soli centri commerciali; contraendo ulteriormente i consumi (vale la pena ricordare che il maggior fatturato si registra proprio nel fine settimana) ed esponendo a rischio licenziamento ben 50mila occupati.

Il diritto di conciliare il lavoro con le esigenze di vita familiare, nel rispetto delle norme sulla maternità e paternità e sulla pari opportunità uomo-donna va coniugato – non posto in contrasto – con la libertà del consumatore di scegliere quando e dove acquistare.  Così, mentre il resto del mondo avanza a grandi passi, mentre l’online divora fette di mercato, noi ci arrocchiamo su posizioni anacronistiche, progettando l’abbassamento forzoso delle serrande la domenica e nei festivi, chiudendo corsi universitari on linee, eliminando i dispositivi sanitari femminili monouso perché inquinanti (povere le nostre nonne che tanto hanno fatto per renderci libere ed igienicamente sicure)…  Se davvero volesse favorire il commercio, con un occhio di riguardo per gli esercenti che nei borghi e nelle zone periferiche delle città svolgono anche una fondamentale funzione aggregativa e sociale, il Governo potrebbe sposare le soluzioni indicate da più parti politiche, che non prevedono alcuna modifica degli attuali orari di apertura dei negozi (di qualunque dimensione e tipologia siano) e, immaginando l’applicazione entro tutto il territorio nazionale, scongiurano la discrezionalità da parte delle Regioni e pertanto l’odiosa attuazione a “macchia di leopardo”.

Potrebbe intervenire prevedendo tutele sia dei lavoratori sia dei piccoli esercizi commerciali nei centri urbani, introducendo il concetto di esercizio commerciale di vicinato e di media struttura, quale presidio e servizio dei centri storici e delle aree urbane. Puntare, inoltre, il dito contro l’abusivismo, che non chiude bottega nemmeno la domenica, ed il mancato rispetto delle regole del commercio anche da parte della moltitudine di empori e negozi stranieri.  Dovrebbe altresì prevedere la costituzione di un Fondo per il sostegno ai canoni di locazione delle microimprese attive nel settore del commercio al dettaglio per impedire la desertificazione commerciale ed al contempo assicurare la presenza di adeguati servizi nelle aree urbane. Se anche questa volta Governo e maggioranza sceglieranno di procedere continuando a sfornare provvedimenti dal carattere punitivo e fortemente lesivo delle libertà, finiranno per smantellare il concetto stesso di lavoro, sostituendolo con l’assistenzialismo di Stato.