È ancora troppo presto per poter tirare le somme sulle correlazioni, dirette e indirette, tra la diffusione del coronavirus e l’inquinamento. Alcuni studi condotti riportano tuttavia delle riflessioni rilevanti: la prima, che il particolato atmosferico avrebbe potuto esercitare un’azione vettoriale per l’epidemia; la seconda, che è la meteorologia oltre che le emissioni ad aver determinato la riduzione dell’inquinamento.

Lo studio curato dalla Società italiana di Medicina Ambientale (Sima) ha incrociato dati registrati tra il 10 e il 29 febbraio; statistiche provenienti dall’Arpa, dalle agenzie regionali di protezione ambientale, i numeri del coronavirus. E quello che scaturisce è che c’è una correlazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni dei particolati di Pm10 e Pm2,5 e la diffusione del contagio da Covid-19. Secondo il paper il particolato avrebbe condotto un’azione da vettore, da boost, all’epidemia. Come spiega Leonardo Setti, dell’Università di Bologna, tra i curatori dello studio: “Le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio in Pianura Padana hanno prodotto un’accelerazione alla diffusione del Covid19. L’effetto è più evidente in quelle province dove ci sono stati i primi focolai”.

C’è un’ampia letteratura scientifica che sostiene come il particolato possa fungere da carrier di contaminanti chimici, biologici, virus nell’aria. Come ha scritto Maria Cristina Ceresa su Il Sole 24 Ore, potrebbe essere questo il motivo a causa del quale la Pianura Padana – tra le aree più inquinate d’Europa – stia soffrendo maggiormente il contagio; anche rispetto a Roma, dove i primi infetti sono stati registrati negli stessi giorni di quelli del Nord. L’associazione Cittadini per l’aria ha fatto notare a proposito che gli sforamenti dei limiti di concentrazione di particolato in Lombardia – tra dicembre, gennaio e febbraio – hanno influito sull’espansione delle patologie respiratorie.

Il secondo punto riguarda più da vicino il lockdown imposto dalle autorità e quindi la riduzione dello smog. Effettivamente, la chiusura delle attività commerciali e il brusco calo del traffico hanno determinato una riduzione della concentrazione di biossido di azoto (NO2) nell’aria; a Milano dai 65 μg per metro cubo di media di gennaio si è passati a meno di 40 μg per metro cubo, nella prima metà di marzo. Lo hanno confermato le agenzie spaziali di Stati Uniti ed Europa, Nasa ed Esa, e il programma di osservazione della Terra dell’Unione Europea, Copernicus. Dinamica simile è stata osservata in altre città del Nord, come Torino, Bergamo e Bologna.

L’esperto di cambiamenti climatici del Politecnico di Milano Stefano Casserini sostiene che “l’inquinamento dell’aria non dipende solo dalle emissioni, ma anche, e soprattutto, dalla meteorologia, che in alcune zone come la pianura Padana gioca un ruolo chiave”. C’entra anche il vento, dunque, come il Fohn. Casserini ha tuttavia giudicato prematuro tirare delle somme già in questi giorni. Come ha spiegato d’altronde Arpa Lombardia, che ha sottolineato come “un’ analisi seria […] richiede dati quantitativi, come per esempio i flussi di traffico o la produzione industriale, oltre che analisi di laboratorio sul materiale particolato raccolto, effettuando così la ricerca di traccianti delle diverse sorgenti. Per fare confronti è necessario, altresì, considerare la meteorologia, elemento che varia di giorno in giorno”. Sarebbe superficiale e semplicistico, conclude l’agenzia, azzardate delle analisi definitive adesso. La situazione è in divenire, sul punto di vista ambientale come lo è da un punto di vista epidemiologico.