Prima all’Ansa, poi, per 25 anni, al Messaggero. Una vita passata tra notizie e fatti di cronaca. Tra misteri d’Italia e gialli tutti romani. Se n’è andata da sola, in una corsia d’ospedale, mentre tentava di vincere la battaglia contro il Covid Rita Di Giovacchino. Una cronista vera. Una carriera fatta di scoop e colpi giornalisti sensazionali. Tra una sigaretta e l’altra, senza soluzione di continuità, tirava fuori dettagli inediti, teoremi, spiegazioni. La cronaca giudiziaria era la sua vita.
DALLA MAGLIANA A MORO

Dal sequestro Moro alla Banda della Magliana, fino al maxi processo di Palermo, poi le stragi di Falcone e Borsellino e il furto al caveau nella città giudiziaria messo a segno dalla banda di Massimo Carminati. «A Palermo mi hanno lasciata per sei mesi – diceva – è arrivato l’inverno e mi hanno dovuto mandare i vestiti». E poi ancora, inviata, per il processo Andreotti. E alla fine di Palermo si era innamorata, così, in uno dei suoi folli investimenti, aveva comprato una casa. Era stata anche a Cogne per il caso di Annamaria Franzoni, ma la sua passione rimanevano le inchieste su mafia e politica, l’intreccio tra criminalità e servizi segreti. E su questi temi, Rita, scriveva anche saggi come Il libro nero della Prima Repubblica sui poteri visibili e invisibili che hanno condizionato la storia del Paese, o sul delitto di Mino Pecorelli, il direttore di Op ucciso nel 79. Lascia il compagno Stefano, Emiliano, il suo unico e amato figlio, e due nipotine che adorava.
FIGLIA DEGLI ANNI DI PIOMBO

Era figlia degli anni Settanta e le piaceva rivendicarlo, qualche volta con un’aria di superiorità, perché i giovani non conoscevano e non potevano capire. Rivendicava, con orgoglio quella stagione che le apparteneva: il tempo della ribellione alla sua famiglia e al papà, generale dell’esercito. E in quegli anni, sui quali aveva sempre un aneddoto da raccontare, a sfondo politico o solo di colore, aveva cominciato a fare la giornalista, giovanissima e molto bella. Mancherà Rita: mancheranno i suoi racconti e quel pezzo di giornalismo che non c’è più, fatto di suole consumate e fonti da curare.

Sofia Unica