La voce pacata e intensamente intima di “Devozione”, romanzo di Charlotte Wood, tradotto per la prima volta in Italia per Fazio Editore, è una commovente e originale raccolta di una biblioteca di romanzi confessionali che riflette sui temi di colpa, perdita, perdono, ritiro dal mondo. Il settimo romanzo dell’autrice australiana è ambientato in un monastero nel suo paese d’origine durante la pandemia.

Stanca e bisognosa di solitudine, una donna di mezza età abbandona il marito, gli affetti e il lavoro in una fondazione animalista senza avvertire nessuno. Fugge da Sydney per riavvicinarsi ai luoghi in cui è cresciuta e si rifugia in un piccolo convento di suore cattoliche nascosto nelle aride pianure dell’Australia rurale. Non crede in Dio, e si ritrova a vivere questa strana esistenza solitaria quasi per caso. Nonostante ciò, il suo bisogno di pace e la sua ricerca di qualcosa di più grande che non sa ben definire la portano a scegliere di condurre proprio questa vita. Le giornate assumono una cadenza lenta, scandite da piccoli rituali e gesti ripetuti. Mentre il tempo si dilata, gli avvenimenti del passato si riaffacciano alla memoria: fatti vissuti e rimasti incompresi che, finalmente, si dischiudono. Mossa dalla strenua ricerca di un miglioramento personale e dall’ambizione di diventare una persona buona, la donna si troverà però a dover affrontare una serie di eventi sconvolgenti che minaccia di interrompere la sua ritrovata quiete.

Avvalendosi di uno stile che si basa su dislocazione, giustapposizione ed elisione, Wood, pensando a Emily Dickinson, suggerisce turbamento e risoluzione spirituale alla propria protagonista che tenta di capire cosa significa essere buoni. Ne risulta un romanzo che persuade e che coinvolge il lettore nella ricerca umana attraverso una piccola storia che diviene universale. “Potrebbe esserci una parola in un’altra lingua per ciò che mi ha portato in questo luogo, per descrivere il mio particolare tipo di disperazione in quel periodo”, scrive la protagonista. “Ma non ho mai sentito una parola per esprimere ciò che sentivo e ciò che il mio corpo sapeva, cioè che avevo un bisogno, un bisogno animale, di trovare un posto in cui non ero mai stato ma che fosse comunque, in qualche modo innegabile, la mia casa”.

Lo stile di Wood rispecchia il paesaggio e la vita monastica. È elementare, spoglio e austero. Emblematica la scoperta e la sepoltura di ossa e topi, metafora della sepoltura del proprio passato. Solo ai margini della comprensione, nonché del mondo, si può dare vita a un romanzo bizzarro, cumulativo, privo di orpelli e al contempo profondo che ci lascia scoprire il mistero dell’emozione: la cognizione, in altre parole, è un processo affettivo per Wood, che percepisce l’emozione come una sorta di pensiero.

Annalina Grasso

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