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Economia circolare e sanità: riciclare i rifiuti medicinali, il valore del progetto ReMed
Promossa da Novo Nordisk insieme ad Anci e rilanciata per quest’anno in Italia l’iniziativa rende il nodo degli scarti plastici una leva industriale alimentando sostenibilità e funzione delle farmacie nella costruzione di un modello scalabile
Nel dibattito sull’economia circolare, la sanità è rimasta a lungo ai margini. Eppure, proprio qui si concentra una contraddizione sempre più evidente: l’aumento delle patologie croniche e dei trattamenti domiciliari genera flussi sempre più consistenti di rifiuti plastici, spesso destinati a incenerimento o discarica. Il progetto ReMed, promosso da Novo Nordisk in collaborazione con Anci e rilanciato in Italia nel 2026, rappresenta un tentativo concreto di trasformare questo costo ambientale in valore economico. Lo fa attraverso il recupero e il riciclo di dispositivi medici per trasformarli in nuove risorse e oggetti di uso comune, come sedie e altri complementi di arredo.
Dopo la fase pilota avviata nel 2024, l’iniziativa ha già raggiunto una dimensione industriale embrionale: 6 regioni, 14 città e oltre 680 farmacie coinvolte, con più di 1,5 tonnellate di dispositivi raccolti. Si tratta di penne iniettabili utilizzate per patologie croniche di cui, una volta recuperate, si può riciclare fino all’85% del materiale, rientrando nella catena produttiva come materie prime seconde. Il dato quantitativo, ancora limitato, suggerisce tuttavia un potenziale significativo.
A livello globale, il programma, attivo in 7 Paesi (fra cui Brasile, Danimarca, Francia, Giappone e Regno Unito) ha già permesso di recuperare 7,8 milioni di dispositivi e 44 tonnellate di plastica, evitando circa 80 tonnellate di CO2. In termini economici, ciò implica una riduzione della dipendenza da plastica vergine e l’apertura di nuove filiere di riutilizzo, dall’arredo ai materiali tecnici. Il modello operativo si basa su una logistica distribuita: raccolta nelle farmacie, stoccaggio locale e trasferimento verso centri specializzati di riciclo. Una struttura che comporta costi iniziali elevati ma che, con l’aumento dei volumi, può beneficiare di economie di scala. È qui che entra in gioco la dimensione istituzionale. «Il Parlamento può e deve essere un facilitatore della sostenibilità», ha osservato Giorgio Mulè, Presidente della Camera dei Deputati, sottolineando come la collaborazione tra pubblico e privato generi «valore concreto per ambiente, salute e comunità».
La sostenibilità economica del modello dipende infatti dalla sua capacità di scalare. L’obiettivo dichiarato è una copertura nazionale entro il 2027 e, in questa prospettiva, il ruolo delle farmacie come rete capillare di raccolta diventa un asset strategico, riducendo i costi di coordinamento e aumentando l’efficienza del sistema. Per l’industria farmaceutica, iniziative come ReMed si inseriscono in strategie più ampie di transizione ecologica. Novo Nordisk punta a emissioni nette zero lungo l’intera catena del valore entro il 2045, e la gestione dei rifiuti plastici rappresenta una leva diretta sia sui costi, sia sulla compliance regolatoria.
«Prendersi cura delle persone significa anche ridurre l’impatto ambientale delle cure», ha dichiarato Jens Pii Olesen, General Manager di Novo Nordisk Italia, indicando in ReMed uno degli strumenti operativi di questa strategia integrata e sottolineando che per costruire un futuro più sostenibile per la salute delle persone e del pianeta è necessario il coinvolgimento di istituzioni, territori, professionisti sanitari e pazienti.
«Trasformare un dispositivo medico da potenziale rifiuto a nuova risorsa, grazie alla rete capillare delle nostre farmacie, dimostra che la sinergia tra istituzioni locali e imprese lungimiranti come Novo Nordisk è la chiave per vincere le sfide della sostenibilità», ha aggiunto Gaetano Manfredi, Presidente Anci e Sindaco di Napoli.
Resta aperta una questione centrale: il valore generato compensa i costi del sistema? Nel breve periodo, difficilmente. Ma nel medio termine, la combinazione tra recupero di materiali, riduzione dei rifiuti e allineamento agli standard ESG suggerisce un ritorno crescente. In quest’ottica, ReMed appare come un esperimento di politica industriale diffusa, in cui la sanità diventa laboratorio di economia circolare.
Se replicato su larga scala, il modello potrebbe contribuire a ridurre in modo strutturale l’impatto ambientale dei dispositivi medici. La sfida, più che tecnologica, resta però quella di consolidare una rete stabile tra industria, istituzioni e territorio, capace di sostenere nel tempo l’estensione del progetto.
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