Non è un bis in idem del caso Lehman che provocò una delle crisi finanziarie e poi dei debiti sovrani più rilevanti del Dopoguerra, ma non va affatto sottovalutata la vicenda Evergrande, con un debito di circa 300 miliardi di dollari e in grave difficoltà nel rimborsare gli interessi sui bond emessi, a cominciare dall’imminente obbligo di pagamento di 80 milioni di cedole. L’espansione della vicenda a macchia d’olio e l’effetto domino anche a livello internazionale non sono da escludere, anche se i collegamenti in quest’ultimo versante sono di gran lunga inferiori a quelli dell’intermediario americano. Su quest’ultimo, negli anni, si è scritto moltissimo.

Il caso ha ispirato politiche di finanza pubblica e di Vigilanza bancaria, anche cadendo nelle ipercorrezioni e peccando per rigorismo e “austerity”. Da taluni si è esaltato il ruolo del Financial stability Board, un organismo collaterale del Fondo monetario internazionale, rilanciato dopo il caso Lehman e presieduto per diversi anni da Mario Draghi. Ma, alla resa dei conti, del lavoro di analisi e proposte non si riscontrano gli effetti concreti. Chi riteneva che si potesse istituire una sorta di centrale di allarme per le crisi sarà rimasto deluso, pur sapendo bene che queste non possono essere sempre e comunque prevenute. Ma ciò non toglie che i sintomi della loro formazione possano e debbano essere colti per un’efficace azione preventiva. La formazione di “bolle” può essere fronteggiata e bloccata. È negli anni successivi che acritiche esaltazioni alle quali ci si sta abituando mostrano purtroppo la corda.

Sul caso del gruppo cinese ci si deve comunque chiedere se, dal punto di vista dei metodi e delle misure, pur nella netta differenza per la loro rilevanza, la vicenda dell’intermediario americano abbia insegnato qualcosa, come ci si attenderebbe da coloro che dovrebbero intervenire nel dissesto di Evergrande. Un insegnamento anche in negativo, nel senso di aver preso buona nota, all’epoca, di ciò che si sarebbe dovuto fare e non fu fatto, a cominciare dall’iniziale non intervento dell’Amministrazione Usa e della Federal Reserve a sostegno della Banca in crisi, cosa che innescò gravissime conseguenze a catena negli Stati Uniti e a livello internazionale. Sarebbe singolare, oggi, che un Governo come quello cinese, che non certo teme di apparire interventista, proclamasse una sorta di dottrina dell’assolutamente libero mercato assistendo, atarassico, all’aggravamento del dissesto e ai pesanti effetti collaterali.

Al contrario, oggi questo Governo si dovrebbe sentire stimolato a dimostrare le capacità del proprio sistema e a tutelare i risparmiatori meglio di come avvenne negli Usa nel 2008, a differenza di ciò che sempre in America si era, invece, deciso negli anni precedenti con il salvataggio del fondo Ltcm. Va ricordato in proposito che l’allora Ufficio italiano dei cambi, che in Ltcm aveva una limitata partecipazione, da questa uscì in tempo con utili che meritarono una valutazione positiva della stessa Corte dei conti e tapparono la bocca a una gazzarra che, senza disporre di alcun dato, adombrava perdite per l’investimento. Spetta, in ogni caso, al Governo cinese fare in modo che sia evitato che il contagio si diffonda in maniera consistente in altri Paesi, quasi un “bis” rispetto al covid-19, benché, certo, meno dannoso.

Si vedrà quale sarà la risposta anche delle autorità americane per le connessioni con il mercato Usa. Intanto si ripropone l’esigenza di un coordinamento a livello internazionale più stretto innanzitutto tra le autorità monetarie, di rivedere il ruolo del Financial stability Board, di riprendere nel G20 il tema della regolamentazione delle attività bancarie e finanziarie. Abbiamo sperimentato cosa significhi l’effetto “palla di neve”; le diagnosi, sia pure spesso tardive, sono complete. Occorrono prevenzione e terapie adeguate. E a questo fine devono sentirsi attivamente coinvolti anche Paesi come la Cina, con un ordinamento diverso da quello dei Paesi dell’Occidente, con aspetti che possono suscitare legittime critiche, ma che sta operando per diventare la prima economia del mondo.