Lo scaffale
“Fragilità della democrazia”, Yves Mény mette in guardia sui rischi del populismo e del totalitarismo
“La politica anti-liberale è stata possibile grazie a una parte dell’opinione pubblica”
Questa è una sintetica ma densa riflessione di Yves Mény, illustre politologo francese, sul destino della democrazia, la sua crisi, la sfida che le è stata lanciata da populismo. Il saggio, edito da Morcelliana, con una buona introduzione di Carlo Muzzi, s’intitola non a caso “Fragilità della democrazia”, «il peggior sistema di governo fatta eccezione di tutti gli altri» secondo la celebre definizione di Winston Churchill che oggi mostra crepe vistose, a partire dagli Stati Uniti di Donald Trump. Il punto focale della corposa analisi di Mény pare racchiuso in questa frase: «Da iniziale movimento di protesta, il populismo evolve in una firma più autoritaria, illiberale e talvolta apertamente razzista, anti-migranti, omofoba e anti-abortista. È questo peculiare intreccio che trasforma un movimento di contestazione – spesso legittimo – in un partito di estrema destra, in cui i residui del vecchio fascismo si combinano con nuove forme di nativismo ed esclusione».
Il tema è dunque quello della capacità della democrazia di assorbire il populismo prima che diventi il propellente della nuova reazione capace di andare al potere non con il manganello ma con i voti. A quella che Viktor Orbán ha definito “democrazia illiberale“, un ossimoro che rompe con il mito della democrazia sempre buona in sé. Mentre la democrazia – spiega Mény sulla scorta di Giovanni Sartori – ha bisogno di un ingrediente decisivo per inverarsi come il migliore dei sistemi: il liberalismo. Se si fa a pezzi quest’ultimo, la democrazia resta solo l’involucro formale di un sistema reazionario e para-fascista. «All’autocrazia putiniana corrisponde il disprezzo di Trump per ogni vincolo che possa limitare la sua ambizione di potere o le sue stravaganze. Le istituzioni del liberalismo politico vengono così pervertite, asservite o controllate dall’interno (…) Paradossalmente, questa politica anti-liberale è stata resa possibile proprio grazie al sostegno di una parte dell’opinione pubblica», osserva lo studioso francese. Il problema allora è come rimettere in piedi la democrazia, che «è il regime delle promesse non mantenute» che genera ovunque malcontento, ingiustizie e finanche guerre. Ed è in questo oceano di insoddisfazione che sorgono populismo e illiberalismo.
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