Si è offerto volentieri all’occhio del cellulare che lo riprendeva soddisfatto della sua nuova fisarmonica, il regalo che un gruppo di lettori ha deciso di fargli dopo la pubblicazione, qui sul Riformista, di un articolino in cui raccontavo di questo rom rimasto senza lo strumento con cui chiedeva la carità dei passanti. Chissà perché, consegnandogliela, avevo pudore di fargli una fotografia per celebrare il ripristino della sua dotazione: stupidamente, immaginavo che fosse riluttante a far mostra di quella sua faccia ricurva, con quei due occhi scardinati. E invece ha voluto sfoggiarla quasi orgogliosamente, persino preparandosi al ritratto e dunque ordinando i capelli con meticolose passate del piatto della mano.

E infatti di che cosa avrebbe dovuto vergognarsi? Quella faccia storta e gli occhi che vi galleggiano in quell’ordine esploso sono esposti da sempre all’indifferenza, alla curiosità, allo scherno, al disgusto, alla pietà di chiunque li incontri. È la faccia e sono gli occhi che si prestano da sempre allo sguardo di tutti, quello degli amici e dei parenti, quello degli avversari nelle risse, quello del passante che ogni tanto gli allunga una moneta, quello del negoziante che lo fa sloggiare, quello del poliziotto che perlustra la roulotte ormeggiata verso qualche sponda della città oltre i capolinea dei tram e degli autobus. Figurarsi se si preoccupava di finire fotografato! Anzi!

Io gli ho consegnato la fisarmonica in un ritaglio di tempo: eseguito il compito, avevo urgente bisogno di andarmene. Ma lui s’era messo a suonare. Sbagliando un’altra volta, io pensavo che stesse provandola, che stesse soltanto entrando in confidenza col suo nuovo strumento, insomma che stesse predisponendosi a rimettersi al lavoro. Quando dunque stavo congedandomi, con qualcosa come “Beh, ciao, adesso vado”, quello tirava su quei due globi tempestati e dava fuori un “No!” tra il mortificato e il deluso: “Aspetta, aspetta!”, aggiungeva senza smettere di suonare. E non poteva concludersi più teneramente, questa piccola storiella; con queste parole chiarificatrici del ragazzo rimesso in condizione di dare a corrispettivo della carità un po’ di musica, anziché solo lo spettacolo di quella perturbazione sul volto: “No finita, no finita! Canzone per te, aspetta!”. Suonava per ringraziarmi, ed era desolato che io non ascoltassi fino alla fine. Era il suo regalo per chi gli aveva regalato qualcosa.