Per anni, i protagonisti di questo ottimo romanzo di Franco Currò (“Il coltello della memoria“, Rizzoli) si sono rinserrati in un loro guscio esistenziale. Quand’ecco che un suicidio sblocca ricordi, resuscita un passato sepolto, spacca i vari gusci: d’altronde la memoria non muore mai davvero. Presenta sempre il conto. Questo è anche un romanzo politico. L’anima del Sessantotto infatti è in un certo senso la madre di tutto ciò che è venuto dopo, la generatrice della cupezza di un fallimento ideologico, del grottesco accumularsi della ricchezza dei decenni successivi fino al triste primato dei messaggini sul cellulare e della tv scemotta di un’epoca, questa che stiamo vivendo, che non si sa bene ancora come definire.

Dunque, “Il coltello della memoria” affonda la lama in quegli anni lì, quando tutto si sviluppò, almeno per quella generazione infagottata di assalti al cielo, nel bene e nel male. Non c’è giustificazionismo per quel “male”, non c’è simpatia per quello che parve a tanti essere il “bene”: tutta roba, alla fin fine, finita in qualche baule della Storia. E i personaggi ex sessantottini paiono burattini falliti, testimoni di un passato lontanissimo, dimenticato, sepolto. La trama è piuttosto semplice. Alberto Novelli, critico cinematografico diventato da tempo “fuori moda“, ex sessantottino privo di una vita sociale, uomo solo, viene trovato cadavere, si è sparato. Lasciando un biglietto enigmatico: “Saluti a tutti. Vorrei scrivere ‘dimenticatemi’, ma lo avete fatto già. Conveniva a tutti”. Conveniva a chi? Ci deve essere qualcosa di non archiviabile dietro quelle parole.

Il figlio Pietro che vive a Stoccarda – dietro un altro guscio – è costretto a tornare dopo anni a Milano: è la prassi. Alle prese con il caso è il personaggio migliore di tutti, il vicecommissario Peppuccio Loporto, figlio di Calabria sbarcato a Milano a fare il poliziotto (poteva andare meglio, ma tant’è). Pietro si trova improvvisamente catapultato dentro una storia che, tingendosi di giallo (è stato davvero un suicidio?), lo rimette a contatto con l’orribile madre, una riccona sfrontata, mai più vista da anni. Pietro, a Milano come fosse in terra straniera, vorrebbe capire meglio chi sia stato quel padre in fondo mai conosciuto davvero. Perciò comincia a fare i conti con quel mitico Sessantotto… Anche perché il padre gli ha lasciato un biglietto con una terribile verità di sessant’anni prima, una verità che coinvolge un banchiere ricchissimo e davvero potente, Fausto Rinaldi, con molta probabilità ex amante della madre di Pietro. I fatti di quel tempo lontano, quando si era tutti giovani e belli e rivoluzionari, hanno irrimediabilmente guastato la vita di Alberto Novelli. «Non potevamo dare l’assalto al cielo? Ci restava pur sempre la terra», dice con cinismo non privo di verità il ricco e potente Rinaldi: ai cortei hanno sostituito i consigli d’amministrazione. Gli scheletri sono rimasti nell’armadio.

In una Milano evanescente, Pietro si tormenta. Poi decide. Si faccia ciò che si deve fare. E quindi taglia la corda, non prima di aver rivisto Chiara, la classica donna che è qualcosa di più di una vecchia amica ma meno di un amore. Anche lei esacerbata dalla generazione precedente, che in fondo cos’ha combinato se non farsi gli affaracci propri? Chiara è per Pietro un’alternativa alla corazza rappresentata dalla comoda vita di Stoccarda. Ma nemmeno lei lo trattiene. Meglio la fuga, meglio il guscio. Ormai chi è morto è morto, sulla tragedia umana e politica può tranquillamente calare il sipario.