È vero, in qualche modo, che i massacri del 7 ottobre del 2023 hanno riportato al centro dell’attenzione la situazione dei palestinesi. Quest’idea – che presso le dirigenze terroristiche di Gaza e della West Bank assumeva i tratti della vittoriosa rivendicazione, e presso non pochi osservatori occidentali prendeva la piega di una compiacente constatazione – presenta bensì un nucleo di verità, ma di segno esattamente contrario rispetto a quella comunemente discussa.

Il 7 ottobre ha squadernato in faccia al mondo non l’attualità del diritto di autodeterminazione dei palestinesi, ma la dimostrazione mostruosa di ciò che ancora suppone e incarna la pretesa affermazione di quel diritto: la distruzione di Israele e lo sterminio di massa degli ebrei in Israele e nel mondo. Dire che i palestinesi, con il 7 ottobre, hanno condannato la propria causa è una previsione, è un giudizio: il fatto è che l’hanno dichiarata, hanno reso chiaro in che cosa consista quella loro causa e come essi ancora la percepiscono. Ciò che è successo da quel giorno in poi ha mutato la faccia del Medio Oriente esattamente per questo motivo: la realtà della regione, con gli interessi geo-politici ed economici che vi insistono, non poteva più tollerare l’inalterata presenza di società radicalizzate. E questa intolleranza sistemica si incartava esemplarmente nella risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del novembre scorso, la quale esordiva con il riconoscimento che la situazione radicalizzata di Gaza costituisce un problema non solo e non tanto per Israele, ma appunto per la regione intera e i Paesi circostanti.

Dal 7 ottobre del 2023 a quella risoluzione si è assistito non solo alla riduzione in macerie delle architetture di Hamas, che avevano fatto di Gaza la più attrezzata fortezza terroristica del mondo, ma alla frantumazione delle capacità militari e delle gerarchie di Hezbollah in Libano, al conseguente collasso del regime siriano e al successivo colpo forte portato direttamente al cuore del potere iraniano. Non basta. La vicenda mediorientale dal 7 ottobre in qua ha obbligato la comunità internazionale, e le organizzazioni e agenzie che la rappresentano, a rendere conto delle proprie inadeguatezze nel presidio giuridico e umanitario della regione. La forza Unifil in Libano non poteva fare più da guarnigione alla minacciosa presenza di Hezbollah. L’Onu e la figlia degenerata, l’Unrwa, non potevano ulteriormente svolgere il proprio ruolo di assistenza al regime terroristico e di corruzione impiantato a Gaza e in Cisgiordania. Non potevano perché la perpetuazione di quell’andazzo, dopo il 7 ottobre, era ormai impraticabile.

Questo doloroso processo di immutazione del generale profilo mediorientale è stato favorito dalle resistenze miopi delle diplomazie internazionali che avevano scommesso in modo sbagliato sulla soluzione del conflitto generato dal 7 ottobre, e cioè confidando in un innocuo ritorno al giorno precedente. Vale a dire alla ricostituzione di un assetto che avrebbe riproposto a Israele, alla regione e al mondo i motivi di instabilità, di arretratezza politica e di incapacità di sviluppo in cui è involuto quel quadrante. Inutile precisare che è presto per dire se questo processo evolutivo andrà proficuamente a compimento, ma è certo che ad attivarlo sia stato quell’elemento scatenante: l’irrealtà, l’incompatibilità addirittura ambientale di un’istanza – quella palestinese – fondata su una rete di tunnel, sull’allevamento di generazioni indottrinate al martirio e sulla consegna di milioni di palestinesi a un futuro di miseria e cinture esplosive.

La guerra di Gaza non ha rappresentato nessuna delle cose comunemente descritte. Non ha rappresentato il genocidio di cui si bestemmia e non ha rappresentato la pura contrapposizione di uno Stato democratico che si difende nei confronti delle forze terroristiche che lo insidiano. Ha rappresentato – con portata ben più ampia – l’urto della verità contro la mistificazione andata in scena per troppo tempo. Mezzo milione di morti in Siria e trecentomila nello Yemen, duecentocinquantamila missili puntati dal Libano contro Israele, il tentacolo iraniano infilato in ogni andito mentre il sistema delle impiccagioni proseguiva nell’attuazione del proprio programma nucleare: tutto questo non dipendeva dalla mancata istituzione di uno Stato palestinese, né dal presunto giogo israeliano su Gaza e sui cosiddetti territori occupati.

Ma questo si è fatto, invece: si è fatto credere che la purulenza dell’enorme bubbone mediorientale dipendesse dall’incistata protervia israeliana. Un maestoso falso, che tuttavia ha retto decenni di rappresentazione corrente. Il 7 ottobre e la guerra di Gaza hanno rinfacciato al mondo la verità.