Un processo durato “appena” venti anni e quattro mesi. La tempistica della vicenda giudiziaria di Giovanni Lembo, ex pm della Direzione nazionale antimafia, è sicuramente da record. Almeno per quanto riguarda una toga: non sembrano esserci casi analoghi di durata di processi nei confronti di magistrati. Nel novembre del 1997 il pm, allora in servizio a Messina, venne iscritto dai colleghi di Catania nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, poi derubricato in favoreggiamento.

Secondo l’accusa Lembo avrebbe permesso che il collaboratore Luigi Sparacio, nonostante il programma di protezione, continuasse a gestire gli affari della cosca di Michelangelo Alfano, storico boss della città dello Stretto. A denunciare il comportamento poco ortodosso di Lembo era stato l’avvocato Ugo Colonna. Secondo Lembo, però, Colonna in questa vicenda avrebbe avuto «contemporaneamente e proficuamente» vari ruoli: denunciante, denunciato, persona informata sui fatti nonostante lo status di denunciato, regista e coordinatore delle accuse mosse contro di lui dai suoi clienti-collaboratori, tutti in precedenza arrestati, rinviati a giudizio e condannati da Lembo, e, infine, difensore degli stessi quando rendevano dichiarazioni. Un cortocircuito senza precedenti. Colonna, come ricostruito da Lembo, presentava esposti nei suoi confronti e per sostenere le accuse indicava i suoi clienti. E quando Lembo lo aveva denunciato per calunnia, anziché assumere la qualità di indagato, per la mancata iscrizione nel registro degli indagati, conservava la qualità di denunciante.

L’avvocato, infatti, veniva sentito spesso dai pm di Catania quale denunciante, mantenendo la facoltà di presentarsi, quando riteneva opportuno, ai pm stessi, dando poi subito notizia ai giornali delle sue dichiarazioni. Lembo si convinse che Colonna avrebbe allora «coordinato le esternazioni accusatorie» che i suoi clienti-collaboratori dovevano rendere contro di lui, assistendoli direttamente o per interposta persona all’atto delle dichiarazioni che costoro rendevano e con le quali confermavano puntualmente il contenuto delle accuse. Colonna otteneva anche copia dei verbali e pur essendo coperti dal segreto li utilizza nelle udienze che lo vedevano imputato di diffamazione in danno di Lembo. Non solo produceva i verbali delle dichiarazioni cui aveva assistito personalmente, ma anche quelli cui aveva presenziato un altro difensore e che, quindi, non potevano essere nella sua disponibilità.

Lembo sarà oggetto di una misura cautelare a marzo del 2000. I pm di Catania, pur essendo a conoscenza della grave situazione di incompatibilità e di conflittualità fra il magistrato e Colonna interrogheranno i suoi clienti facendo proprio le domande sul conto di Lembo ritenute utili ai loro fini. Nella richiesta di misura cautelare gli unici elementi di accusa furono rappresentati dalle dichiarazioni di questi collaboratori che si riscontravano tra loro. Quando i riscontri erano verosimilmente inesistenti o mancanti ciò dipendeva, scriverà il gip, dalla circostanza che Lembo era un «magistrato tecnicamente attrezzato e quindi capace di farli sparire».

Ad accusare Lembo erano assassini, estorsori, trafficanti di stupefacenti, molti dei quali, come detto, erano stati fatti arrestare, rinviare a giudizio e condannare dal magistrato che, come disse, si era in questo modo «guadagnato la loro eterna gratitudine». Di fatto nessuno, precisò Lembo, si era mai curato di verificare se, per caso, costoro «avessero motivi di odio, di rancore, di astio, nei miei confronti». Colonna sarà anche condannato dal Tribunale di Reggio Calabria alla pena di otto mesi di reclusione, e al relativo risarcimento dei danni, per il reato di diffamazione in danno della giudice Maria Tindara Celi. Circostanza che non sarà valutata per verificarne «la personalità e l’attendibilità», dirà Lembo. La vicenda si concluderà solo nel 2018 quando Lembo era già pensione da tre anni. In un ventennio, dunque, il procedimento si è trascinato in un continuo gioco dell’oca, rimbalzando fra il Tribunale, la Corte d’Appello e la Cassazione, per poi finire in prescrizione. Perché non ha vi rinunciato gli chiediamo quando tutto si era concluso?

«Mi è mancato il coraggio», affermerà Lembo, ormai sfinito da una vita passata sotto processo. Per tutto questo tempo trascorso nelle aule di giustizia Lembo sarà risarcito con 11 mila euro. L’ex magistrato, finito il processo, aveva presentato a settembre del 2019 un esposto al Consiglio superiore della magistratura, al ministro della Giustizia, alla Procura generale della Cassazione, affinché venissero valutate le posizioni dei magistrati coinvolti a vario titolo nella vicenda. Ma di quell’esposto, però, si sono perse le tracce. «Come, del resto, era prevedibile», dirà Lembo contattato nei giorni scorsi dal Riformista.