Un pannello dell’ICJP (l’International Centre of Justice for Palestinians) era lo sfondo ideale per la conferenza stampa tenuta l’altro giorno da Sir Alan James Carter Duncan, il politico conservatore ed ex ministro finito nel mirino inquirente del proprio partito dopo essersi lasciato andare – queste erano le allegazioni – a manifestazioni e iniziative di pregiudizio antisemita. Duncan, nella conferenza stampa, dava la notizia che il partito ha infine deciso di liquidare quelle accuse ritenendo che i comportamenti contestati dovessero considerarsi inquadrati nel “dibattito politico” e non potessero essere considerati “propriamente” antisemiti. Duncan, nel rivendicare la riabilitazione pubblica del proprio onore, non mancava di alludere alla cospirazione giudaico-israeliana che avrebbe fatto pervenire veline al suo partito al fine di screditarlo, e per ostacolare la sua campagna di denuncia dell’occupazione illegale di cui lo Stato ebraico si renderebbe responsabile ai danni del popolo palestinese.

Per quanto la notizia (ancora ieri) rimbalzasse facendo qualche rumore nel Regno Unito e fuori, si tratterebbe di una vicenda dopotutto limitata se non fosse singolarmente concomitante con quella – di ben più gravi implicazioni – che coinvolge la posizione britannica, ora a guida Labour, sulla scena dei processi che vedono Israele, il suo primo ministro e un altro membro del governo costretti a difendersi davanti a due Corti internazionali. Dopo lo strepitoso annuncio di maggio del procuratore della Corte Penale Internazionale, che aveva sollecitato l’arresto di Bibi Netanyahu, di Yoav Gallant e dei capi di Hamas, il Regno Unito decideva infatti – in un primo momento – di contestare quell’iniziativa giudiziaria, salvo poi ipotizzare il ritiro di quelle riserve. Ipotesi, quest’ultima, che successivi intendimenti attribuiti al governo mirerebbero a mettere nel nulla con una “inversione a U” che rimetterebbe in forze il proposito inglese di contestare la giurisdizione dell’Aia.

Il primo ministro, Keir Starmer, appare assediato. C’è chi, nel suo partito, gli addebita acritiche involuzioni pro-israeliane dopo gli abboccamenti con Joe Biden, gli stessi che avrebbero determinato l’intenzione, di cui appunto si vocifera, di riprendere il corso del sodalizio processuale originario a contrasto delle pretese carcerarie di Karim A.A. Khan, il prosecutor della Corte Penale Internazionale. E sempre dai lombi del Labour, per voce di Zarah Sultana (una giovane parlamentare con passato di negazionista della Shoah), viene a Keir Starmer l’intimazione ad adottare stringenti misure di embargo nei confronti di Israele. Una torta di fastidiose insidie su cui è apposta la ciliegina avvelenata che rimprovera a Starmer le discendenze ebraiche della consorte.

Varrà la pena di ricordare che Starmer è il politico che – mentre il regime delle impiccagioni e delle bastonate sul cranio delle ragazze con le ciocche fuori posto lanciava trecentocinquanta missili e droni sulle città israeliane – riaffermava risolutamente il dovere “di difendere la sicurezza di Israele”, senza accodarsi al corteo di certo pacifismo continentale che già durante quella pioggia di ordigni gridava al pericolo di escalation non già per l’iniziativa iraniana, bensì per l’ipotetica reazione del paese aggredito. Keir Starmer, ancora, era quello che non partecipava al coro degli ammutoliti davanti agli attacchi degli Huthi, e anzi rivendicava l’obbligo della comunità internazionale (e del Regno Unito in primo luogo) di contrastare con tutta la forza necessaria quelle aggressioni contro i mercantili il cui bersagliamento, a giudizio di altri, era l’“inevitabile” costo da pagare a causa dell’irresponsabilità israeliana.

Il fatto che Keir Starmer sappia resistere o invece mostri cedimenti su questo fronte delicatissimo ha implicazioni che vanno oltre il suo accreditamento momentaneo. A seconda di come si posizionerà nell’evolversi del conflitto e dei processi che ne imparruccano la continuazione in altra sede, infatti, il fronte britannico determinerà l’orientamento di un attore eccezionalmente importante sulla scena dei rapporti di forza tra le democrazie e i sistemi autocratici che ne corrodono le costituzioni civili. E anche il rilievo apparentemente solo tecnico e processual-diplomatico consistente nella conferma o nel ritiro di un atto di difesa in favore di Israele presso la giustizia internazionale gioca un ruolo in realtà ben più significativo. Non sarebbe uno statista avventato, infatti, ma coraggiosamente avveduto, quello che – conservando ogni vigilanza critica sullo sviluppo del conflitto – vede qualcosa di storto nella richiesta di arresto che equipara i macellai del 7 ottobre ai leader discutibili, o anche esecrabili, di uno Stato democratico. Nel paese, il Regno Unito, in cui la polizia è ripresa a fischiettare mentre la turba antisemita perlustra i quartieri alla caccia dell’ebreo, le parole pronunciate mesi fa dal candidato Keir Starmer (“never again”, “mai più”) attendono l’attuazione che saprà farne da primo ministro.