Sociologo e editorialista, Luca Ricolfi è presidente della Fondazione David Hume e ha dedicato alle evoluzioni della politica italiana numerosi saggi tra cui “La mutazione. Come le idee di sinistra sono migrate a destra”, edito da Bur.

Professor Ricolfi, il referendum e le sue parole d’ordine – conservare, non cambiare, non toccare – ci mostra, una volta di più, una sinistra che si definisce progressista ma rifiuta ogni ipotesi di riforma, trincerandosi dietro alla tutela di quel che esiste. Perché?
«Questa sinistra, pur dicendosi riformista e progressista, non vuole riformare né progredire: è sistematicamente il fronte del no. Più che rifiutare il progresso, ne ha un’idea diversa da quella della maggioranza degli italiani: considera un ritorno al partito comunista delle origini come una correzione dell’errore capitale di Renzi. È una sinistra retrograda, nel senso letterale, perché torna indietro rispetto al percorso degli ultimi trent’anni».

La leadership di Elly Schlein, che festeggia in piazza il fatto che non cambia niente sulla giustizia, è il compimento di questa traiettoria?
«Direi che è stata voluta proprio per questo».

È dunque una sinistra che guarda al passato più che al futuro?
«Se pensi che ai tempi di Berlinguer la sinistra fosse più pura, poi ti muovi di conseguenza. Nell’ottica di Schlein, Veltroni e Prodi hanno iniziato l’allontanamento dall’alveo comunista; Renzi, Minniti e Gentiloni hanno peggiorato ulteriormente. In tre anni l’attuale segretaria ha corretto trent’anni di evoluzione: dalla svolta della Bolognina all’avvento di Schlein. È stata efficace, in questo: una bulldozer, una demolitrice».

Questo percorso si discosta dalla sinistra europea?
«Il percorso della sinistra italiana è opposto a quella europea. Su Maduro, sull’invio delle armi, la sinistra italiana si è distinta dai socialisti europei, risultando la più legata al passato. In Germania sarebbe la Linke, in Francia Mélenchon. È una sinistra demagogica in crescita ovunque, ma che in Europa vota spesso diversamente dai socialdemocratici».

Una deriva sempre più radicale?
«Sì, sempre più estrema».

In un contesto internazionale instabile, la sinistra sembra scegliere l’immobilismo: è così?
«Sì. Di fronte a guerra, crisi energetica e nuove tensioni globali, la sinistra dovrebbe offrire una direzione: dare la sua analisi e fornire una strategia. Invece emerge un tratto conservatore: fermare tutto, congelare. Non muoversi. È un’avversione al cambiamento, condivisa da una parte del Paese: l’incertezza porta a temere che ulteriori novità possano peggiorare le cose».

Questa avversione ha radici nella storia?
«Sì. La Costituzione del ’46 è frutto di un accordo che, ricercando la stabilità dopo la fine della guerra mondiale, era costruita per impedire concentrazioni di potere. Ma non aveva previsto che uno dei poteri, quello giudiziario, potesse prevalere sugli altri, come accaduto dopo Mani Pulite. E siamo ancora dentro quella dinamica che l’esito del referendum conferma essere la più difficile da riequilibrare».

Il rischio è che questa sinistra venga superata dal populismo dei Cinque Stelle?
«Sì. Tra Schlein e Conte potrebbe prevalere Conte. I sondaggi lo danno avanti da mesi, perfino sopra Meloni. È l’inizio di una possibile marcia trionfale che rischia di marginalizzare Schlein».

Nell’opinione pubblica Conte ottiene un giudizio più favorevole rispetto a quello che gli concedono gli addetti ai lavori della politica?
«Sì, il populismo ripaga sempre, nel medio periodo. Lui nella percezione pubblica è un volto rassicurante, è già stato sperimentato ma ancora “fresco” rispetto a molti altri. Il Superbonus è criticato dagli analisti, ma non è percepito come un disastro dall’opinione pubblica. Sul Covid, poi nessuno sa quale fosse la scelta giusta. Il suo bilancio, nella percezione diffusa, non è negativo. E quindi rispetto a Schlein, che appare un’incognita dallo scarso appeal, ha un vantaggio competitivo».

Siamo di fronte a un possibile ritorno di Conte a Palazzo Chigi?
«È una possibilità concreta: lui sta lavorando al terzo governo Conte, è l’unico obiettivo che ha in testa. Non so se gli altri alleati del campo largo lo hanno capito chiaramente».

Siamo ancora a Conte, davvero? Che stagione politica stiamo vivendo?
«La stagione del populismo non è tramontata. Non è ancora finita. A sinistra vedo una competizione tra populismo e demagogia: Schlein rappresenta la demagogia, Conte il populismo. Vedremo chi prevarrà. Certamente non vince la politica, non vince il pragmatismo riformista: non so se la sinistra si è accorta di averne festeggiato, scendendo in piazza dopo la vittoria del No, la sepoltura».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.