«Il lapsus non è un incidente: è una confessione» — così Sigmund Freud, padre della psicoanalisi e involontario teorico della campagna referendaria del centrosinistra. Mercoledì sera, dal palco di Piazza del Popolo — davanti alla platea, non proprio oceanica, del fronte del No — Elly Schlein ha invitato i suoi sostenitori a «votare Sì». Non era la prima volta: già l’8 febbraio a Padova aveva chiesto di «appoggiare tutti i comitati civici per il Sì». Due lapsus, stesso contenuto, stessa direzione. Il dottor Freud avrebbe chiuso il taccuino soddisfatto.

I lapsus non nascono dal nulla: nascono da ciò che si sa e non si vuole dire. E quello che Schlein sa, ma non può dire, è che la separazione delle carriere era nel programma del centrosinistra riformista da vent’anni. Lo sapeva Renzi, che non a caso ha lasciato libertà di voto. Lo sapeva il nonno materno di Elly, il partigiano e parlamentare socialista Agostino Viviani, le cui interviste favorevoli alla riforma sono state puntualmente ripescate in queste settimane. Aveva ragione Voltaire: «Le mensonge a des jambes courtes» — la menzogna ha le gambe corte. Prima o poi, la verità affiora. Anche inconsciamente. Al netto delle menzogne raccontate in queste settimane — e puntualmente svelate, ultima la confessione involontaria della leader dem — questa riforma è giusta. Non perché lo dica la destra, ma perché risponde a un’esigenza antica e semplice: il giudice deve essere terzo. Equidistante tra accusa e difesa, non collegato da carriera comune e da organo di autogoverno condiviso al pubblico ministero che siede dall’altra parte del processo. È il fondamento del modello accusatorio che l’Italia ha adottato nel 1989, e che non ha mai avuto la coerenza istituzionale necessaria per funzionare davvero.

La riforma fa altro ancora. Istituisce un’Alta Corte disciplinare finalmente autonoma: perché i magistrati devono rispondere delle proprie condotte, e il sistema attuale — dove i colleghi giudicano i colleghi in seno allo stesso CSM — non garantisce né rigore né imparzialità. I cittadini lo sanno: nella giustizia civile ci incappiamo tutti, prima o poi, e sappiamo quanto costi un errore giudiziario che resta impunito. E poi c’è il merito. In magistratura, oggi, il merito conta poco: contano le correnti, le appartenenze, i pacchetti di voti interni. Il sorteggio spezza questo meccanismo. Non è la soluzione a tutto, ma è un inizio.

C’è infine un argomento che sovrasta tutti gli altri. In questa campagna abbiamo visto magistrati scendere in politica senza maschere: comizi, piazze, minacce ai giornali. E già si annuncia che, vinca il No, vorranno sedere al tavolo per discutere le riforme future. Peccato che nessuno li abbia eletti. La magistratura applica la legge — e lo fa in nome del popolo italiano, come recita ogni sentenza — ma non la scrive e non governa. Una Repubblica in cui i pubblici ministeri decidono chi è persona per bene e chi no, e poi pretendono voce in capitolo sulle riforme costituzionali, non è più una democrazia: è una Repubblica giudiziaria. Questa riforma è, anche, un argine contro quel rischio.

E allora permettetemi di chiudere qui questa lunga stagione. Abbiamo percorso insieme, graffio dopo graffio, una campagna referendaria che resterà negli annali come un capolavoro di autosmascheramento: il fronte che difendeva la Costituzione l’ha tradita nei toni, il fronte che difendeva la magistratura l’ha trascinata nella politica più bassa. Domani si vota. Non c’è quorum: ogni voto conta e l’astensione è un regalo a chi vuole che nulla cambi. Se avete ancora un dubbio, cari lettori, seguite il consiglio della segretaria del Pd. Votate Sì.

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