A giugno scorso un giovane imprenditore italiano ha presentato Emma, l’intelligenza artificiale “sovrana” nazionale, annunciandola come una scelta di indipendenza e un’infrastruttura necessaria per il futuro democratico del Paese. Peccato che il modello avesse 550 milioni di parametri contro le migliaia di miliardi dei concorrenti, e che alla prima domanda dei curiosi sia stato sbeffeggiato dai meme. Il fondatore ha spiegato che l’errore stava negli utenti, che facevano domande a trabocchetto. Roba da vergognarsi o da ridere, fate voi. Ma il problema è un altro. Emma è solo la versione parodistica di un fenomeno molto più serio, che sta prendendo piede e chiamerei “sovranismo antropico”: il riflesso di chi, davanti all’intelligenza artificiale, rivendica il primato dell’uomo come una trincea da difendere invece che come una capacità da esercitare.

La tecnofobia

Il sovranismo antropico ha una versione popolare e una colta. Quella popolare è la tecnofobia di sempre di un ceto para-intellettuale che esibisce il non uso di questi strumenti come una medaglia, con la stessa stupida spocchia di chi (in genere gli stessi) negli anni Novanta si vantava di non avere il telefonino. Quella colta è più insidiosa perché dà lezioni. Lo ha fatto con parole ridondanti e pensieri vaghi (domenica scorsa su La Lettura del Corriere) Guido Girardi, ex senatore cileno che ha portato i “neurodiritti” nella Costituzione del suo Paese, proponendoci il modello cileno (sic!) come salvezza dalla tecnologia e assegnando all’Europa il ruolo di riserva morale dell’Occidente. In sintesi invocando regole sempre più dettagliate a protezione della nostra mente. Già l’espressione “Europa riserva morale” mi indigna, se solo pensiamo alla viltà che il nostro continente esibisce ogni giorno di fronte alle centinaia di migliaia di martiri ucraini (cioè europei) massacrati da anni dall’orso russo. Ma andiamo oltre.

Desiderio, bisogno e diritto

A me già girano vorticosamente le palle per l’uso intensivo e spropositato che si fa della parola “diritti”, figuriamoci cosa penso dei “neurodiritti”. Da decenni l’Occidente trasforma ogni bisogno, ogni desiderio, ogni fragilità in un diritto esigibile. Siamo partiti dai diritti elementari – la salute, l’istruzione, il lavoro – e siamo arrivati al diritto al benessere psicologico, al diritto alla disconnessione, e ora al diritto alla privacy mentale e alla continuità dell’io. Ogni volta la promessa è proteggere l’uomo, ogni volta si fa il possibile per distruggerlo. Perché un diritto in più è sempre un rischio in meno che ci assumiamo, una responsabilità in meno, un pezzo di vita che deleghiamo a un tutore. Nel frattempo l’umanità che pretendiamo di blindare nei codici si va spegnendo nei fatti: società invecchiate, impaurite, che non fanno figli, non fanno imprese, non fanno guerre nemmeno quando dovrebbero difendersi, e chiedono soltanto di essere messe al riparo. La morte dello “slancio vitale”, come lo definiva Bergson.

Gli altri problemi

A pensarci, diritti e sovranismi sono due facce della stessa medaglia. Il sovranista alza muri contro il mondo, il campione dei diritti alza muri contro la vita; entrambi promettono protezione e producono rincoglionimento, entrambi scambiano la paura per saggezza. E l’Europa proclamata “riserva morale dell’Occidente” li incarna tutti e due, perché regola ciò che non sa costruire. Abbiamo normato l’intelligenza artificiale prima di produrne una che contasse qualcosa, e il risultato è che le regole le scriviamo noi ma la tecnologia la fanno gli altri, in America e in Asia, secondo i loro valori e i loro interessi. Nessuno nega che ci siano domande serie da farsi: il lavoro che cambia, la concentrazione di potere in poche aziende, l’uso dei sistemi per sorvegliare e manipolare. Ma sono esattamente le ragioni per cui bisogna sfidare il futuro; nessuna di queste partite si vince con l’anatema o con un nuovo articolo da comprare a costo zero nei supermarket costituzionali. Si vincono conoscendo gli strumenti, usandoli, costruendone di propri, negoziando da posizioni di forza e non di paura.

La risposta giusta è sempre prendere il largo

È vero che ogni generazione ha avuto il suo sovranismo antropico: contro le macchine tessili, l’automobile, il computer, internet. Certamente qualche nostro antenato si opponeva anche alla ruota. Ogni volta la profezia era la fine dell’uomo. Ma ogni volta l’uomo ha imparato mestieri nuovi, e a pagare il ritardo sono stati quelli che sceglievano la trincea. Perché Il primato umano non è una rendita di posizione, è una prestazione. Non siamo sovrani sulle macchine perché lo scriviamo in una Costituzione, lo siamo se sappiamo usarle, indirizzarle, dargli uno scopo. Forse questa estate, piuttosto che discutere come beoti del film di Nolan, avremmo dovuto semplicemente fissare la più potente delle immagini dell’uomo sovrano, l’Ulisse che riparte e oltrepassa le colonne d’Ercole. Non importa che quel viaggio finisca in naufragio; è il volo audace e sognatore che definisce gli umani, non l’approdo. Nessun catalogo di diritti ha mai spinto una nave oltre lo stretto. Se Ulisse avesse avuto un garante della privacy mentale, sarebbe ancora a Itaca a pascolare, pensionato tutelato e immobile. Il sovranismo antropico, in tutte le sue versioni, è l’ideologia di chi vuole tenerci a riva. La risposta giusta è sempre quella di prendere il largo.

Direttore de Il Riformista