Nel dibattito sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza l’attenzione pubblica resta ipnotizzata dalle cifre stanziate, dai miliardi annunciati nelle conferenze stampa ministeriali. Eppure chiunque abbia dimestichezza con la pubblica amministrazione sa che il denaro, da solo, non produce nulla. La differenza tra un fondo europeo che genera sviluppo e uno che si disperde in rivoli burocratici la fa un elemento meno fotogenico ma decisivo: la capacità amministrativa dei territori.

Il Pnrr affida ai Comuni oltre due terzi dei progetti finanziati, rendendoli il vero motore operativo dell’intero Piano. Quando mancano progettazione e struttura gestionale adeguata, le risorse si perdono, vengono restituite a Bruxelles o si polverizzano in interventi privi di coerenza. È il dramma silenzioso di centinaia di municipalità italiane, dove la fame di fondi convive con l’incapacità di spenderli. Poi ci sono le eccezioni. E meritano di essere raccontate.

Il caso di Imola è emblematico. In sei anni la città romagnola ha attivato 250 milioni di euro di investimenti, di cui 120 milioni Pnrr, pari a quasi il nove per cento del Pil annuo stimato del territorio. Una media di oltre quaranta milioni l’anno, con un tasso di realizzazione prossimo al cento per cento. Numeri straordinari per un Comune sotto i settantamila abitanti. «Il Pnrr non è stato per noi un elenco di finanziamenti da spendere, ma un’opportunità per accelerare una visione di città» spiega il sindaco Marco Panieri. «Abbiamo scelto di concentrare le risorse su scuola, sostenibilità e rigenerazione urbana perché sono gli assi che generano valore nel tempo».

Il progetto simbolo è il recupero dell’ex complesso dell’Osservanza, oggi Parco dell’Innovazione: ventidue milioni per un intervento che trascende la riqualificazione edilizia. L’operazione restituisce alla comunità un luogo identitario abbandonato da anni, trasformandolo in spazi per imprese innovative, ambienti formativi, funzioni culturali e servizi aperti alla cittadinanza. Patrimonio pubblico inutilizzato convertito in infrastruttura di crescita. Con un moltiplicatore prudente, l’impatto complessivo degli investimenti imolesi è stimato tra 325 e 400 milioni di euro nel medio periodo.

«L’Osservanza è il simbolo di questo approccio: un luogo restituito alla comunità che nei prossimi anni produrrà innovazione, nuove imprese, occupazione qualificata e un rafforzamento dell’identità culturale della città» sottolinea Panieri. «Quando la pubblica amministrazione lavora con metodo e visione, i fondi europei diventano un investimento strutturale sul futuro del territorio». Un modello che vale la pena studiare. Non perché sia facilmente replicabile ovunque, ma perché dimostra che tra l’annuncio di un finanziamento e la sua trasformazione in sviluppo reale c’è uno spazio decisivo. Uno spazio che si chiama capacità amministrativa, e che resta la variabile più sottovalutata nel dibattito pubblico italiano sui fondi europei.