I socialisti tornano. E nel segno di Giuliano Vassalli continueranno la battaglia per una giustizia giusta. Non è un dettaglio, né un’eco nostalgica: è un fatto politico. Il 24 aprile segna il riaffiorare di una storia che molti avevano frettolosamente archiviato. Non è un ritorno qualsiasi: è un ritorno necessario. I socialisti, come un fiume carsico, riemergono e tornano a fare politica, affrontando un duro lavoro per recuperare il tempo perduto e riconquistare lo spazio che la storia ha sempre riservato loro. Lo sforzo è rilanciare un dibattito fondato su un patrimonio storico e culturale inconfondibile e ancora attuale. Benché il PSI di Bettino Craxi sia definitivamente tramontato, il pensiero socialista, riformista e libertario non si è mai eclissato. Parafrasando Karl Marx: socialisti di tutta Italia, unitevi. L’appello è rivolto a chi è rimasto nei partiti, nelle associazioni, nei movimenti, ma anche a coloro che, dopo lo scioglimento del partito di via del Corso, hanno abbandonato la politica o persino il voto.

Il disegno va oltre i socialisti: mira a costruire un rassemblement di forze riformiste e liberal-democratiche oggi disperse. Non si tratta di inseguire il “Santo Graal” di qualche seggio parlamentare, ma di ricostruire una cultura politica solida. Dopo la distruzione del PSI per via giudiziaria, la diaspora e il tentativo di occupazione di quell’area da parte di una sinistra sempre più camaleontica, si è aperto un vuoto che ha favorito derive massimaliste, populiste e giustizialiste. Le forze laiche, liberal-democratiche e del solidarismo cattolico hanno progressivamente esaurito le proprie esperienze. Oggi cercano uno sbocco politico oltre la contrapposizione tra destra e sinistra.

In alcuni casi, come Italia Viva, pur riconoscendo al suo leader capacità oratoria e abilità tattica, il progetto si è consumato rapidamente in giochi politici spesso maldestri, segnati da un eccesso di protagonismo personale, fino a svolgere un ruolo subalterno nella logica dell’alleanza con il Partito democratico. Non dissimile, pur con caratteristiche proprie, è il caso di Azione. Senza una scelta di campo chiara, tenta di presidiare il centro muovendosi come un pendolo, con il limite evidente della personalizzazione. Nel frattempo, il campo progressista resta incerto tra leadership e strategia, mentre la maggioranza di Giorgia Meloni appare appesantita, priva di una chiara direzione nell’ambito del governo. A ben vedere, la politica ha perso il suo primato. Dal Novecento dei partiti si è passati al tempo del tecno-capitalismo, dove la politica è spesso ridotta a spettacolo e comunicazione.

Le intuizioni di Fukuyama sulla “fine della storia” si sono rivelate illusorie. L’ascesa di Trump ha contribuito a incrinare l’equilibrio dell’Occidente e a mettere in discussione l’Unione europea. L’Europa resta un grande mercato, ma è debole sul piano politico e militare. Le sue politiche hanno prodotto più vincoli che sviluppo. Il confronto globale con Stati Uniti, Cina, Russia e le potenze emergenti dei BRICS evidenzia un deficit di visione e di classe dirigente. Serve una discontinuità netta. Non adattamento, ma direzione. Non gestione, ma visione. In concreto: una riforma fiscale che alleggerisca il lavoro e il ceto medio e un piano industriale ed energetico capace di sostenere produzione, innovazione e occupazione. In un’Europa dominata da tecnocrazia e finanza, soffocata da regole che hanno prodotto lacci e laccioli, è necessario un cambio di paradigma che rimetta la politica al centro.

Alfredo Venturini

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