Ho letto con estremo interesse il documento post referendario dei Comitati Vassalli che sono sorti in tutta Italia e fanno ora appello alle forze socialiste, radicali, liberali per la costruzione di un’area comune. Assieme alla disponibilità del Movimento socialista liberale e de La Giustizia – che dirigo – a costruire un tavolo comune che coinvolga anche altri movimenti, circoli, associazioni, intendo concentrarmi su quel mondo socialista che si intende richiamare.

Se per socialisti si intendono coloro che si ritrovano nel socialismo europeo, allora non si può fare a meno di considerare il Pd, che fa parte del Partito socialista europeo e del gruppo dei Socialisti e democratici a Strasburgo. Il Pd, questa la sua ambivalenza, o ambiguità se preferite, non appartiene però alla storia del socialismo italiano. Gli antesignani del Pd non sono i socialisti, ma i comunisti e i democristiani. Cioè Berlinguer, a cui è stata dedicata la tessera del 2024 e Tina Anselmi a cui è stata dedicata quella del 2025. I centenari della morte di Matteotti e Kuliscioff non erano ritenuti altrettanto significativi. È evidente che non possa dunque presentarsi come socialista italiano un partito che lo è in Europa ma in Italia no. La storia del socialismo italiano ha partorito di tutto, dal riformismo al massimalismo al sindacalismo rivoluzionario, dal comunismo al fascismo, dal filo sovietismo, all’autonomismo. Sono tuttavia convinto che occorra fare selezione, approfondire e scegliere una posizione che non sia vagamente socialista. Cioè un’Arca di Noè mettendoci dentro di tutto per salvare quel che salvare non si può.

I due aggettivi che mettono al riparo il socialismo dai fallimenti e dalle tragedie della storia sono quelli di “riformista” e di “liberale”. I soli che lo purificano e lo rendono ancora attuale. I punti di riferimento storico sono quelli di Filippo Turati e di Carlo Rosselli. Il socialismo riformista deve essere recuperato come metodo di cambiamento della società, ma non come modello assoluto. La costruzione dello stato sociale ha bisogno del privato, che deve essere sorretto negli investimenti e nella crescita e deve trasformarsi in società solidale. E poi la salvaguardia del pluralismo economico, che è presupposto del pluralismo politico. Ecco quel che dovrebbe oggi interessare i socialisti rimasti tali. Il tutto riaggiornandolo alla luce dei grandi mutamenti del presente.

Quest’opera di riaggiornamento del socialismo riformista e liberale dovrebbe essere frutto di convegni, di conferenze, di studi, coinvolgendo intellettuali, storici, filosofi, economisti. Non credo tuttavia alla compatibilità di gruppi social, movimenti e circoli che prospettano un’antica visione del socialismo, cancellando le intuizioni e le modernizzazioni degli anni Ottanta. Penso invece all’unità in nome del socialismo riformista e liberale di un insieme di soggetti politici e di un’unione con chi la pensa come noi: essere alternativi alla destra, ma non facendoci risucchiare in un indefinito campo largo. Il socialismo liberale deve essere alleato con chi si ritiene tale o con chi rispetta chi si ritiene tale, non coi populismi, gli opportunismi e i massimalismi urlacchianti.