Milano torna crocevia della diplomazia economica tra Europa e Golfo. Alla Borsa, la terza edizione italiana di Investopia conferma ciò che ormai appare strutturale: l’asse Italia–Emirati Arabi Uniti non è più solo commerciale, ma sempre più strategico, quasi sistemico.
La presenza istituzionale italiana è stata ampia e trasversale, da Giancarlo Giorgetti a Adolfo Urso, fino a Attilio Fontana, a testimonianza di una convergenza interna sul dossier emiratino. Ma è soprattutto dal lato di Abu Dhabi che emerge una visione di lungo periodo, ben sintetizzata nell’intervista a Formiche.net rilasciata da Mohammad Alhawi, sottosegretario al ministero degli Investimenti.
Alhawi parla senza ambiguità di un salto di qualità già avvenuto: «Il 2025 ha segnato un momento cruciale», ricorda, citando la visita di Stato dello sceicco Mohamed bin Zayed e l’impegno da 40 miliardi di dollari nell’economia italiana. Il punto, tuttavia, non è solo la dimensione degli investimenti, ma la loro natura. «La nostra relazione è cresciuta in profondità e portata», sottolinea Alhawi, insistendo su un elemento centrale: la complementarità. Gli Emirati portano capitali, velocità decisionale e proiezione globale; l’Italia capacità industriale, manifattura avanzata e filiere complesse. Non è un caso che Roma sia oggi il terzo investitore estero negli Emirati, con un aumento del 50% negli ultimi cinque anni. Un dato che fotografa un rapporto sempre meno sbilanciato e sempre più bidirezionale.
Sul piano operativo, Abu Dhabi punta a rendere il proprio ecosistema irresistibile soprattutto per le Pmi italiane. «Siamo partner in ogni fase», spiega Alhawi: dall’individuazione delle opportunità alla gestione delle licenze, fino alla ricerca di partner locali. Il messaggio è chiaro: abbattere la percezione di complessità. «Procedure semplificate, proprietà straniera al 100%, tassazione competitiva e oltre 45 free zone».
Ma è nella visione strategica che emerge il vero orizzonte politico della relazione. Gli Emirati hanno già oltre il 75% del Pil non petrolifero e puntano a superare l’80%, con obiettivi definiti su industria, energia e investimenti. È qui che l’Italia entra in gioco come partner naturale. «Manifattura avanzata, energia pulita, intelligenza artificiale e agroalimentare sono ambiti in cui vediamo il massimo allineamento», afferma. Non cooperazione generica, ma integrazione tra sistemi produttivi.
Il contesto, tuttavia, non è neutrale. La guerra che coinvolge Iran, Israele e Stati Uniti e le tensioni su Hormuz hanno già inciso sulle prospettive economiche emiratine, con una revisione della crescita dal 5,6% al 3,1%. Ma anche su questo punto la linea di Abu Dhabi resta improntata alla resilienza. «Quaranta giorni di difficoltà non determinano il futuro della nostra economia», ha dichiarato il ministro Al Marri a Milano.
È proprio questa capacità di assorbire shock che rafforza l’attrattività degli Emirati agli occhi degli attori italiani. In parallelo, il fronte politico spinge per un salto ulteriore: Urso propone apertamente un accordo di libero scambio tra Ue ed Emirati, come possibile apripista per un’intesa più ampia con il Consiglio di Cooperazione del Golfo.