Cultura
Jürgen Habermas, il filosofo che credeva nel dialogo: perché la sua lezione sulla democrazia ci riguarda ancora
Scomparso Jurgens Habermas il grande pensatore della ragione comunicativa. Dal dialogo con Ratzinger al dialogo per salvare la democrazia
Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico». A scrivere è Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, a cui nel 2008 fu impedito di parlare all’Università La Sapienza di Roma, in un tira e molla polemico che rimarrà un’onta difficile da cancellare negli annali dell’ateneo. In quell’allocuzione mai pronunciata, il pontefice citava il filosofo tedesco con il quale aveva dialogato attraverso un carteggio poi pubblicato da Marsilio sul rapporto tra fede e ragione nel progresso civile e politico. Un dialogo che andrebbe studiato dall’attuale classe dirigente, oltre che distribuito alla Sapienza. Ma non voglio infierire su una polemica allora rovente per la miopia di 67 docenti accademici (fra essi il futuro nobel Parisi) che chiusero le porte a una figura imponente come Papa Benedetto e che provocarono una vicenda tristissima che poi ebbe il suo contrappasso: il discorso fu pubblicato online e letto in molteplici assemblee universitarie nello stesso giorno in cui si consumò la censura.
Detto ciò, ci pare di gran lunga più interessante sostare sulla grandezza intellettuale di Jürgen Habermas, filosofo della post-metafisica e del discorso democratico, la cui scomparsa oggi all’età di 96 anni lascia un vuoto nel dibattito culturale europeo. Che Habermas fosse una figura controversa è un dato difficilmente contestabile: le sue prese di posizione hanno suscitato nei suoi interlocutori un sentimento oscillante, un vero e proprio odi et amo — e anche qui il parallelismo con il pontefice teologo tedesco appare inevitabile —; spesso contestate per la loro perentorietà, esse rivelavano in realtà un tratto caratteriale preciso. Habermas era, infatti, irriducibilmente fermo nelle proprie convinzioni, maturate tra le macerie morali e materiali di una Germania sconfitta e disorientata, quasi annichilita dall’orrore nazista e al tempo stesso febbrilmente impegnata a ritrovare una via di rinascita e un nuovo posto nell’ordine del mondo. Si dice che quando si è caduti così in basso si può solo alzare il capo e provare a risalire la china per vivere: fu proprio il contesto della nuova Germania del Dopoguerra a fornirgli il laboratorio esistenziale e teorico nel quale avrebbe elaborato la sua filosofia. L’esperienza del nazismo, infatti, non fu per lui un ricordo d’infanzia trascurabile: nel 1953, ancora giovane studente, reagì con indignazione pubblica alla scoperta che Martin Heidegger non avesse mai espunto, nelle riedizioni delle sue opere, i passaggi più compromessi con l’ideologia nazionalsocialista. Fu il primo dei suoi numerosi j’accuse, il primo segno di quel temperamento polemico che lo avrebbe accompagnato per decenni.
Per Habermas — l’ostinato, passatemi il termine — il solco del pensiero era tracciato da una domanda radicale: se la modernità ha prodotto i lager e i totalitarismi, è dunque finita? No, affatto; va piuttosto rilanciata con un cambio di paradigma che mi permetto di definire “dialogico”. Nel suo testo-summa, la Teoria dell’agire comunicativo (1981), Habermas delinea una concezione della razionalità che non coincide più con il dominio tecnico sulla natura né con il calcolo strategico degli interessi, ma si radica nell’atto — apparentemente banale, in realtà densissimo di presupposti normativi — di due persone che si parlano con l’intenzione di capirsi. Chi entra in una conversazione autentica, argomenta il filosofo, avanza implicitamente quattro pretese: di essere compreso, di dire il vero, di essere sincero e di esprimersi in modo appropriato. Quando anche una sola di queste pretese viene tradita, la comunicazione degenera in manipolazione o in violenza simbolica. La razionalità comunicativa è dunque, per sua natura, una razionalità normativa: il linguaggio stesso, nel suo uso orientato all’intesa, contiene le risorse morali per fondare una convivenza giusta.
La scommessa di rilancio di una ragione forte era data per persa, ma il filosofo di Düsseldorf trovò una terza via rispetto all’estremo opposto di una ragione debole — anzi debolissima, se guardiamo all’oggi. Si accontentò di una ragione più modesta, procedurale, consapevole dei propri limiti ma non per questo rinunciataria. Una ragione che funziona come un frangiflutti, secondo la felice immagine dello stesso Habermas: non argina l’intera marea della ragione strumentale che colonizza i mondi della vita, ma ne attenua l’impatto, offre uno spazio di resistenza. Da questa intuizione nacque, un decennio più tardi, Fatti e norme (1992), dove Habermas estese la teoria dell’agire comunicativo al campo del diritto e della democrazia, elaborando quel concetto di “democrazia deliberativa” destinato a influenzare profondamente la scienza politica contemporanea. La democrazia non è la semplice registrazione fotografica delle opinioni così come si manifestano allo stato grezzo, sostenne: è il risultato di un processo pubblico di formazione dell’opinione, nel quale i cittadini si confrontano argomentando, informandosi, modificando le proprie posizioni alla luce delle ragioni altrui.
Il dialogo tra ragione e fede e le loro reciproche “limitazioni” come grammatica corretta della comunicazione: è questa, a mio avviso, l’eredità di Habermas a cui dovremmo fare riferimento per ricostruire il discorso civile e rilanciare la dimensione democratica, così lacerata e avvilita dalle cleptocrazie attuali.
Bisogna dunque cedere alla disperazione, in un’epoca segnata dalla polarizzazione digitale, dalla frammentazione della sfera pubblica, dalla colonizzazione algoritmica del dibattito? Secondo Habermas no: al contrario, occorre aggrapparsi al sempre attuale patriottismo costituzionale, nel quale si è uniti dalla condivisione di valori universali e costitutivi delle nostre libere democrazie. L’intera sua opera può essere letta come un atto di fiducia, tenace e argomentata, nel fatto che il conflitto possa essere risolto attraverso la parola. Che la democrazia non sia un dato acquisito, ma un’impresa permanente — un cantiere sempre aperto che si tiene in piedi soltanto finché i cittadini continuano a parlarsi.
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