Letture
Lo scaffale
La forza invincibile del cuore ucraino nell’Album blu di Yaryna Grusha
Uno struggente romanzo (non retorico) sul Paese da sempre sotto minaccia. Tra ascese e cadute, l’autrice mette in risalto l’orgoglio e il coraggio del suo popolo
Quando quattro anni fa i cingoli dei carri armati di Vladimir Putin attraversarono la frontiera e i kalashnikov cominciarono a strepitare, lei decise di ritornare.
Vide colonne di auto in fuga mentre rientrava nell’amata patria sotto una enorme bandiera ucraina che oscurava il cielo. La storia ha fatto il suo giro, come la luna. Si torna a casa nel momento più difficile. Lei è Yaryna Grusha, l’autrice di questo struggente libro che esce per Bompiani e che s’intitola “L’album blu“, una testimonianza personale tutt’altro che retorica di quello che significa la vita di un Paese a rischio da secoli, un Paese forte – lo stiamo vedendo da almeno quattro anni. Leggendo la storia di Yaryna si comprende il carattere di questo popolo orgoglioso e coraggioso: come d’altronde si intuisce essere lei, Yaryna. La sua vita procede di pari passo con quella dell’Ucraina: ascese, cadute, di nuovo ascese, di nuovo cadute. Ci si rialza sempre.
I racconti dell’infanzia nel nord di quel Paese in case alla buona costruite decenni e decenni prima, la polvere, gli spazi ridotti, la vita che non è facile, le foto custodite nel famoso “album blu“: e quanto amore, in quella famiglia. E tra gli amici, come fratelli. Irrompe piano piano nella vita degli ucraini la contemporaneità, le brutture fisiche del comunismo cedono il passo ma non crollano ancora. Mosca era lontana, «la città che ospitava il Cremlino, dove si sedevano coloro che si erano sostituiti a Dio. Li vedevo in televisione, quella in bianco e nero, in giacca e cravatta, quasi tutti vecchi e quasi tutti uomini, dietro alti parapetti che li rendevano irraggiungibili e separati dalla gente. Tra le loro sopracciglia, folte e ricciolute, sostava la grigia nube sovietica che sapevano mandare ovunque volessero», scrive l’autrice. Una nube sempre incombente, come la morte. E anche reale: la nube tossica di Chernobyl, non lontanissima dalla bambina Yaryna. Che cresce, sospesa tra due ere. E poi lo sforzo collettivo nel quale gli ucraini ridiventano l’Ucraina, ed ecco piazza Maidan per cacciare il dittatore, poi un’altra Maidan per entrare in Europa: «La democrazia è una cosa fragile e va sempre protetta e trattata con delicatezza». Ed è una sintesi fantastica del pensiero libero.
Il decennio 2004-2014 gira alla ricerca della democrazia ucraina per Yaryna e la sua generazione. È dura, la lotta. Bisogna «tradurre le parole dei nostri manifestanti, la violenza del governo, i nostri desideri di vivere in un mondo democratico, europeo, le nostre semplici pretese come bere l’acqua del rubinetto, viaggiare senza visti, essere retribuiti adeguatamente per il nostro lavoro e avere la certezza di trascorrere una vecchiaia dignitosa». Pare semplice. Non lo è affatto in quella parte dell’Europa dove volteggia «la nube grigia sovietica» ancorché travestita da putinismo. Eppure la nube non si dissolve. Cambia nome, si traveste, si fa “operazione speciale”, si fa propaganda, s’infiltra nei telefonini e nei social. La parola “guerra” tornava accompagnata dallo strano aggettivo “ibrida”, «che la estendeva dal suolo al cellulare che tenevo in mano, lo strumento preferito dalla propaganda russa insieme ai kalashnikov». Mosca ronzava già nel Donbass quando Yaryna decide di partire per Milano, città che accoglie e seduce, Milano quando ti avvolge ci stai bene. L’Italia è scoperta e apprendimento e anche amore, ma non è fuga. L’Ucraina resta un battito interno, una geografia dell’anima. E lei, che aveva imparato l’italiano, voleva conoscere il nostro incredibile Paese. Anni belli. Anche l’amore. Però poi arriva il 2022.
L’ultima parte è lacerante. «La guerra che era in corso da otto anni improvvisamente divenne visibile a tutti. Gli ucraini non dovettero fare niente, i russi fecero tutto da soli mostrando al mondo la loro vera faccia, nascosta dietro la maschera di una grande cultura e grande umanità, la stessa che era venuta a uccidere i civili nelle loro case, nel loro sonno, con una crudeltà che noi ucraini conoscevamo da secoli». È il momento di tornare. L’Ucraina è lì, in piedi, pur ferita a sangue. Con “L’album blu” (dove sarà finito?), Yaryna Grusha parla insieme di sé e del suo Paese, che sono e saranno sempre una cosa sola.
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