Bisogna leggerlo, questo libro di Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska, “La Repubblica tecnologica – Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente” (traduzione di Chiara Rizzo e Pietro Del Vecchio) che la Silvio Berlusconi Editore ha mandato in libreria. Bisogna leggerlo, e discuterne, perché qui dentro c’è la sfida filosofica e politica dell’America di questo tempo. Una nuova Repubblica: un insieme di idee nuove che, come vedremo, recupera diversi spunti tradizionalissimi. La Silvio Berlusconi Editore offre insieme altre due opere, quasi a formare un trittico organico: il secondo libro è un classico di Jacques Ellul, “La società tecnologica – Il rischio del secolo” (traduzione di Massimo Parizzi), e il terzo di Sarah Wynn-Williams, “Careless people – Gente che se ne frega” (traduzione di Annalisa Di Liddo e Roberto Serrai).

Dunque, siamo a una svolta epocale del pensiero politico contemporaneo in cui vengono a confluire retaggi filosofici del passato e scenari futuribili: qualcosa di nuovo, anzi d’antico, direbbe il poeta. In un quadro post-moderno dominato dalle punte più avanzate della tecnologia – l’Intelligenza Artificiale – riemergono con inusitata forza concetti come Tradizione, Nazione, Religione; non è una riedizione della New Age di qualche decennio fa, ma sono elementi di un progetto politico generale. Di destra, si potrebbe dire: anche se le tradizionali categorie mostrano la corda perché qui ci si pone l’obiettivo non di “conservare” l’esistente ma di oltrepassarlo con uno slancio addirittura di tipo settecentesco, proteso cioè alla realizzazione di un nuovo mondo. È forte dunque la rottura con il classico liberalismo novecentesco e anche con le sue “conseguenze pratiche”, come l’idea originaria della Silicon Valley di mettere la conoscenza tecnologica al servizio dell’individuo e della sua libertà.

Tutto ciò va visto nel quadro dominato da una parolina semplice e terribile: guerra. Questo è l’impianto filosofico e soprattutto politico del libro di Karp e Zamiska, che identifica un nuovo messaggio meritevole di essere studiato e discusso. Critico con la stagnazione del pensiero degli ultimi anni, Alexander Karp avanza con la forza di un carro armato ideologico. Imprenditore ma anche studioso di filosofia, Karp è il Ceo di Palantir Technologies, una compagnia che sviluppa software per l’analisi dei dati, utilizzato soprattutto da agenzie governative, forze dell’ordine, e grandi aziende per scopi come la sicurezza e l’Intelligence. Siamo totalmente nel futuro, cioè nel presente. La tecnologia deve controllare tutto: un’idea che è già realtà. Lui sostiene che nella nuova guerra invisibile non servono i carri armati ma l’IA.

La guerra del futuro non sarà più quella che vediamo nei film o nei racconti storici. Non ci saranno più soldati che marciano sulle trincee, ma un attacco continuo, invisibile, che si gioca tra linee di codice, algoritmi e server. La vera vittoria non sarà decisa da chi ha il numero maggiore di soldati ma da chi riuscirà a controllare il flusso delle informazioni, a infiltrarsi nel cuore stesso delle infrastrutture nemiche, e a dominare questo nuovo campo di battaglia digitale. Per cui, «l’élite degli ingegneri della Silicon Valley ha il preciso dovere di contribuire alla difesa della nazione e all’articolazione di un progetto nazionale – cos’è questo Paese, che valori abbiamo e per cosa ci battiamo – e, per estensione, di salvaguardare il vantaggio geopolitico, persistente benché fragile, che gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa e non solo hanno accumulato nei confronti dei loro avversari».

È insomma la Grande Sfida, forse finale, tra Occidente e resto del mondo, ma si potrebbe meglio dire tra Stati Uniti e Cina (lo schema di cui è convinto Trump). Il rovesciamento rispetto agli anni Novanta-Duemila è evidente: «La deriva del mondo della tecnologia verso le esigenze dei consumatori ha riflesso e al contempo rinforzato una sorta di evasione tecnologica: la propensione della Silicon Valley ad allontanarsi dalle questioni più cruciali della nostra società in favore di quelli che rimangono essenzialmente i problemi futili e banali, benché risolvibili, della vita quotidiana dei consumatori, dallo shopping online alla consegna del cibo a domicilio». Ora basta con queste futilità, dice Karp. Amazon e Facebook in un certo senso sono già roba vecchia. La nuova Repubblica fondata sulle informazioni digitali avrà come obiettivo la rivalutazione piena e incontrastata dell’identità nazionale (americana, s’intende) nel suo affrontare e vincere la battaglia del Ventunesimo secolo, quella contro la Cina, come d’altronde ritiene Donald Trump.

Karp è l’emblema dello slittamento di tutta quella “generazione tecnologica” partita democratica e finita trumpiana (è accaduto anche a Elon Musk e Mark Zuckerberg). Osserva Federico Rampini nell’introduzione: «Karp e Zamiska fustigano la sindrome del suicidio occidentale, l’autoflagellazione e l’autodenigrazione che ci paralizzano; ma non risparmiano le critiche al decadimento del capitalismo americano, spesso incapace di vedere in grande, inseguire ambizioni audaci, progetti al servizio della collettività». Si tratta dunque, al contrario di ciò che pensa la sinistra («Il principale fallimento della sinistra contemporanea è stato quello di privarsi della possibilità di parlare dell’identità nazionale, un’identità svincolata dalle concezioni che legano il popolo al sangue e al suolo»), di affrontare in modo deciso e aperto la questione dell’identità nazionale, un’identità che, pur potendo essere collegata a un insieme di precedenti storici e culturali ben determinati, li supera per includere chiunque voglia farne parte: una sorta di nazionalismo “aperto”, egemonico, di conquista (e Trump sembra intenderlo, pensiamo al Venezuela e alle sue parole sulla Groenlandia).

Dentro questo involucro guerresco c’è spazio per l’immaginario e il fantastico, e questo è un altro punto di assonanza con la destra europea e italiana: «La nostra cultura si è eccessivamente disinteressata alla mitologia, alle narrazioni condivise. Palantir prende il nome dal Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien». Non basta il capitalismo «per sostenere la psiche umana»: occorrono il mito, le piccole storie dentro la Grande Storia Americana. Il grande storico Ernest Renan – scrive Karp – «descrisse la nazione, con un’espressione diventata famosa, come “un plebiscito quotidiano”. Ora questo plebiscito deve essere rinnovato». Nel segno del nuovo nazionalismo tecnologico.

Tutto questo evidentemente pone domande sulle caratteristiche della democrazia di domani. Un domani completamente dominato dalla tecnica. E questo è l’oggetto dell’opera di Jacques Ellul,La società tecnologica – Il rischio del secolo”, pensatore scomparso ormai molti anni fa che scrisse questo libro negli anni Cinquanta, poi rivedendolo, e tuttavia di sorprendente attualità. Per Ellul tutto è tecnica. La frase chiave la troviamo proprio alla fine del voluminoso lavoro: «Dominiamo sempre meno le tecniche che usiamo». La contraddizione della moderna condizione umana è tra l’inarrestabile capacità tecnica e la corrispondente incapacità di dominarla. È una filosofia pessimistica, potenzialmente catastrofista.

E infine, il terzo libro. Sarah Wynn-Williams con gran verve letteraria illumina la vita di una gigantesca azienda come Facebook e i suoi protagonisti, e il titolo dice già tutto: “Careless people – Gente che se ne frega”. Zuckerberg e i suoi uomini e donne al vertice di Fb vivono, probabilmente infelici, dentro un mondo che se ne frega del mondo. Le storie sono innumerevoli, l’affresco abbastanza deprimente. La “golden age” prospettata da Trump in questo senso ricorda gli aspetti umanamente più scoraggianti e duri della “golden age” vera, quella degli anni Venti del secolo scorso. Ed è una bella scelta dell’autrice riportare in esergo del libro questa frase di Francis Scott Fitzgerald: «Erano gente che se ne fregava, Tom e Daisy: distruggevano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nel loro enorme menefreghismo o in ciò che li teneva uniti, e lasciavano che altri mettessero a posto il disastro che avevano fatto».