L'Italia del Sì
La riforma della giustizia non svanisce, risuona l’appello del Comitato Vassalli: separazione carriere essenziale per sistema più giusto e moderno
L’esito del referendum non può rappresentare la pietra tombale sulla necessità urgente di riformare l’apparato giudiziario
Il Comitato Giuliano Vassalli raccoglie l’invito del direttore del Riformista, Claudio Velardi, a proseguire una battaglia di civiltà giuridica e politica che il recente esito referendario ha interrotto, ma non esaurito. La vittoria del No ha espresso un orientamento ampio e composito, nel quale si sono riconosciuti settori diversi della società italiana: mondi istituzionali, realtà associative, organizzazioni sindacali, rappresentanze religiose ed economiche, insieme a molti cittadini tornati al voto dopo anni di disaffezione e a una parte significativa delle nuove generazioni. In questo esito hanno inciso anche il malessere sociale e l’inquietudine generata dai conflitti internazionali.
Ne emerge un’Italia variegata per età, aree geografiche e, in misura crescente, fuori dagli schieramenti tradizionali, con un ritorno significativo della questione meridionale. Si tratta di un esito che non appartiene a una sola parte politica e che, proprio per questo, interpella l’intero sistema democratico. La sconfitta del blocco del Sì, tuttavia, merita una riflessione altrettanto chiara. Essa è maturata nonostante una forte mobilitazione e una campagna referendaria segnata anche dalla politique politicienne e da elementi di disinformazione che hanno finito per penalizzare le ragioni del Sì. A ciò si sono aggiunti fattori politici rilevanti: la debolezza elettorale di Forza Italia in territori in cui appariva più radicata e l’insufficiente attivismo della Lega di Matteo Salvini che, al di là dei risultati nelle regioni di tradizione leghista e bossiana — Lombardia, Friuli-Venezia Giulia e Veneto — non ha inciso nel resto del Paese. Si tratta di elementi che hanno contribuito a determinare l’esito finale e che chiamano in causa, più in generale, la consistenza e l’efficacia dell’offerta politica riformatrice.
È proprio qui che si apre il punto politico decisivo. Parlare con chiarezza dello stato dell’arte significa riconoscere che oggi si affacciano due derive opposte e speculari: da un lato, il rischio di un peronismo giustizialista a guida M5S, che tende a saldare pezzi diversi della società in nome di una visione punitiva e corporativa; dall’altro, quello di un sovranismo plebiscitario guidato da Fratelli d’Italia, che semplifica la complessità democratica nel rapporto diretto e indistinto tra leader e popolo. In questo quadro, la competizione interna tra Elly Schlein e Giuseppe Conte per la leadership del cosiddetto “campo largo” rischia di produrre effetti deflagranti. Si tratta di tendenze diverse, ma entrambe da scongiurare, perché finiscono per incidere sulla forma di governo, indebolendo — seppur in modi differenti — i presìdi dello Stato di diritto e l’equilibrio tra i poteri. Con la sconfitta referendaria della riforma della magistratura si chiude, almeno per ora, la stagione delle grandi riforme istituzionali promosse dalla maggioranza — autonomia differenziata, premierato e separazione delle carriere — con un risultato sostanzialmente nullo. Giorgia Meloni esce indebolita da questo passaggio politico e si trova in mezzo al guado a un anno dalle elezioni politiche. Tuttavia, il risultato referendario non può essere archiviato come una chiusura definitiva del tema giustizia, né può diventare un alibi per rinviare ancora le riforme.
Con l’insediamento del neoeletto presidente dell’ANM, si aprono le condizioni per una ripresa del dialogo tra governo e magistratura. Esso chiama in causa tutte le forze politiche e, soprattutto, quell’area riformista, liberale e garantista che oggi appare frammentata e priva di una rappresentanza adeguata. È a questa area che l’appello si rivolge: a chi non si riconosce né nelle scorciatoie populiste né nelle rigidità giustizialiste; a chi afferma, al contrario, che l’autonomia della politica è un bene necessario per portare avanti idee di rinnovamento del sistema Italia; a chi ritiene che lo Stato di diritto non sia negoziabile; a chi considera la giustizia una questione centrale per la qualità della democrazia e per la credibilità internazionale del Paese.
In questo quadro, è necessario riprendere con determinazione il percorso di riforma, nel pieno rispetto dell’articolo 104 della Costituzione, che tutela l’autonomia e l’indipendenza della magistratura: un equilibrio che va preservato e rafforzato, affinché la giurisdizione resti libera da ogni possibile condizionamento. Allo stesso tempo, occorre rilanciare i principi cardine del processo accusatorio, a partire dalla separazione delle carriere e dal pieno equilibrio tra funzione requirente e funzione giudicante, elementi essenziali di uno Stato di diritto moderno. Le categorie tradizionali faticano oggi a interpretare le trasformazioni in atto, mentre cresce una domanda di rappresentanza che resta in larga parte inevasa. Per questo, la questione della giustizia si intreccia con una più generale esigenza di ricostruzione politica: avviare un percorso politico-organizzativo, ancora in fieri, ispirato ai filoni storici che hanno reso grande l’Italia — il pensiero liberale, il solidarismo cattolico, il socialismo riformista, la cultura garantista — oggi spesso silenziati, ma ancora vivi nella società.
Non si tratta di dar vita all’ennesimo contenitore, ma di rimettere in circolo una cultura politica e istituzionale capace di tenere insieme libertà, responsabilità e giustizia. L’Italia ha bisogno di una nuova classe dirigente e di nuove idee, all’altezza delle sfide geopolitiche ed economiche del nostro tempo. Per queste ragioni, il Comitato Giuliano Vassalli fa proprio l’appello del direttore del Riformista, Claudio Velardi, e invita tutte le energie riformiste e garantiste del Paese a raccoglierlo.
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