Il Pd ha perso un’altra occasione, la solita. Non c’è storia. Il silenzio di tutti i dirigenti del Nazareno, presi dalla burocrazia del regolamento congressuale, nei giorni dell’anniversario di Bettino Craxi, fa rumore ed allontana la prospettiva di una sinistra nuova e moderna.

I ‘nipotini’ di Togliatti e Berlinguer, quelli del Pds, Ds, Pd, quelli della ‘Cosa’ di D’Alema, e dei diversi tentativi di saccheggiare, dopo averla vivisezionata, la storia socialista, coerenti ad una lunga tradizione di ‘distrazioni’ e ‘mistificazioni’, non hanno speso una parola sul leader socialista morto in esilio ad Hammamet. Nella citta tunisina, grazie all’impegno della Fondazione Craxi, sono nate occasioni di riflessione sugli anni passati e sul futuro.

Sono intervenuti, in terra straniera e nel dibattito, i big di Forza Italia con Silvio Berlusconi in testa, la Lega con Matteo Salvini, il Terzo Polo con Ettore Rosato.
Il Partito Democratico ha evitato ogni commento. Non hanno fatto i conti con Craxi e le conseguenze di questo errore non si possono derubricare a circostanze del passato. Fare i conti con Craxi, con la sua storia e la sua politica, è proiettarsi nel futuro. E ‘costruire un messaggio attuale, libero dai rottami ideologici post comunisti. Significa parlare di Giustizia e misurarsi sul garantismo, significa parlare di Riforma dello Stato e Presidenzialismo.

Aprire un ragionamento sulla leadership di Bettino Craxi e’, allo stesso tempo, tante altre cose. Affrontare l’argomento in questo anniversario, nell’anno del Congresso nazionale, avrebbe aperto nuove strade per la sinistra riformista. Il Pd avrebbe potuto capire l’errore di consegnare i temi della sicurezza, del merito, del Made in Italy, alla destra. Il Pd avrebbe potuto capire che la sinistra di Craxi era un’altra storia. Parlava il linguaggio della fermezza dello Stato, sul tema delle droghe e sul rispetto delle regole, sottolineava la necessità di riconoscere e sostenere i talenti senza lasciare al proprio destino chi era rimasto indietro, era la storia che esaltava il Made in Italy a ma non nella logica della protezione dei confini ma in quella della competitività.

Era il socialismo tricolore, vicino agli ultimi, era quello che sosteneva con ogni mezzo i popoli oppressi e che non si limitava alla difesa dei barconi e di trafficanti di uomini, non era quello delle dichiarazioni di circostanza ma dei fatti, era filo atlantico ma mai subalterno agli Usa o, in più generale, al politicamente corretto.

Fare i conti con un ‘campione del riformismo’, prima o poi andrà fatto, non sarà chiudere una parentesi del passato ma aprire una stagione per il futuro.

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Giornalista professionista, ha scritto per ‘Il Socialista Lab’, per ‘Il Pezzo Impertinte’. Ha lavorato alla Presidenza del Consiglio e come Portavoce in Campania. È social media manager ed appassionato di campagne elettorali.