Si dice sia il più grande d’Europa. Di certo, è il più grande d’Italia. Ha una capienza regolamentare di 1.644 detenuti, ma negli anni dentro sono stati sempre di più, anche molti più di duemila. Attualmente ce ne sono 1.975. Che pure sono tanti. Troppi. Numeri che possono e devono cambiare se si vuole che il carcere raggiunga l’obiettivo costituzionalmente garantito della funzione rieducativa della pena, quindi della pena finalizzata a qualcosa di costruttivo e non «la pena per la pena» come ha ribadito Maurizio Turco, il segretario del partito Radicale che ha fatto visita al carcere di Poggioreale il 14 agosto scorso.

Numeri, quelli di Poggioreale, che danno anche la misura della spreco che si consuma ogni giorno, spreco di energie, di spazi e di opportunità. Si parte da un ragionamento che, oltre a seguire il filo del dibattito sulla necessaria riforma della giustizia e sull’eccessivo ricorso alla carcerazione preventiva che ancora si continua a fare, passa anche per un rapido calcolo matematico. Il personale della polizia penitenziaria è quello con le maggiori carenze in pianta organica (meno 25%) e per questo, invece di lavorare su quattro turni da sei ore giornaliere come previsto, deve lavorare facendo straordinari su tre turni da otto ore ogni giorno.

Rispetto ai detenuti reclusi, i numeri di educatori e volontari sono esigui (poco più di un centinaio a Poggioreale). E la popolazione carceraria è composta per una percentuale rilevante da detenuti in attesa di giudizio. Sì, proprio così. Gran parte delle celle di Poggioreale è occupata da detenuti che ancora aspettano di essere processati in primo grado, innocenti fino a prova contraria secondo quanto prevedono le nostre leggi. Circa il 30% sono innocenti anche per i giudici se è vero, come riportano le statistiche sugli esiti di inchieste e processi, che questa è la percentuale delle assoluzioni con cui si concludono le vicende giudiziarie. E a ciò si aggiunga che un’altra buona parte dei detenuti che sono in cella in attesa di processo sono accusati di reati per i quali, anche in caso di sentenza di condanna al termine del processo, non si prevede la reclusione necessariamente in carcere.

Il che, tradotto in cifre, vuol dire che, tra i detenuti che sono ora reclusi nel grande carcere di Poggioreale, 804 sono detenuti che stanno scontando in carcere una o più condanne definitive e 543 sono i detenuti in attesa del giudizio di primo grado. Con una gestione della giustizia più in linea con i principi costituzionali, si potrebbe evitare di affollare le celle delle carceri con persone solo indagate e sottoposte a misura cautelare per reati che nemmeno prevedono la sola condanna al carcere, e si potrebbero tutelare sicurezza dei cittadini e rispetto della legalità anche con misure alternative, comunque non certo con la diffusa carcerazione preventiva. Questo consentirebbe di utilizzare diversamente le risorse già disponibili negli istituti di pena in termini di uomini e mezzi per rendere il carcere un luogo dove chi è accusato di reati molto gravi può scontare dignitosamente la condanna e dove la funzione riabilitativa della pena possa sempre essere una realtà e non soltanto uno slogan da usare all’occorrenza.

L’avvocato Annamaria Ziccardi, presidente del Carcere Possibile, la onlus della Camera penale di Napoli impegnata nella tutela dei diritti dei detenuti, punta l’attenzione su due fattori: uno culturale, l’altro di comunicazione. «Bisogna cambiare approccio – spiega – Primi passi avanti sono stati già fatti, in Campania ci sono un provveditore e direttori illuminati e con cui si può dialogare in maniera costruttiva. È importante, però, che il rione, la città capiscano il carcere. Se cambiasse il rapporto tra chi è fuori e chi è dentro, a partire dal rapporto tra agenti della penitenziaria e detenuti, si eviterebbero tensioni che non fanno bene a nessuno», aggiunge sottolineando l’importanza del carcere come luogo dove i detenuti possono trovare un’alternativa di futuro, un’occasione di rieducazione e reinserimento sociale. E poi c’è la comunicazione: «L’opinione pubblica – conclude Ziccardi – deve sapere che anche le misure alternative come gli arresti domiciliari sono dure e stringenti. C’è dunque bisogno che cambi anche l’approccio culturale alla reclusione».