Quest’anno il ferragosto del partito Radicale si è svolto il 14 visitando alcune delle carceri e il 15 con l’apertura della campagna per il NO al taglio dei parlamentari dalle frequenze di radio radicale.
Il Dap, dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ha inteso autorizzare solo 5 visite di delegazioni di massimo 2 persone. Abbiamo quindi scelto di visitare i penitenziari di Cagliari, Napoli Poggioreale, Tolmezzo, Bologna e Palermo Ucciardone.

È evidente che la decisione di limitare il numero delle visite e dei visitatori è un chiaro segnale che, a nostro avviso, ha poco a che vedere con l’emergenza sanitaria. Perché delle due l’una, o l’ingresso delle persone dall’esterno è un pericolo o non lo è. E se c’è un pericolo sanitario, lo è in ragione dell’alto numero dei detenuti, ben oltre gli spazi disponibili.

Ma c’è un altro pericolo, molto più grave, ed è quello democratico. Al carcere di Napoli Poggioreale i detenuti in attesa del primo grado di giudizio sono la metà dei detenuti complessivi. Le statistiche ci dicono che molti di loro saranno assolti. E le ragioni per le quali sono in detenzione preventiva sono, per usare un eufemismo, risibili.

Eppure, come si ricorda quotidianamente da queste pagine, la Costituzione all’articolo 27 dice altro: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”.

Possiamo ragionevolmente affermare che l’articolo 27 è violato. Sarà che è previsto che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva ma, nel frattempo, è ristretto in carcere.

Sarà che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma, oggi, le pene inflitte sono tutt’altro da quelle previste in Costituzione: lo documentano le sentenze di condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo. Ma, soprattutto, oggi le pene sono finalizzate a se stesse, Altro che rieducazione del condannato. Anzi!

Sarà anche che non è ammessa la pena di morte. Ma, nelle nostre carceri che si muoia per pena è fatto noto e anche scontato. Infine, le carceri italiane sono, come affermava Marco Pannella, l’epifenomeno di un problema molto più vasto e profondo: quello della Giustizia! La riforma radicale, radicalissima della Giustizia è condizione dalla quale non si può prescindere per lo sviluppo del Paese, sia lo sviluppo in termini di diritto che in termini economici. Una riforma, quella della giustizia, urgente, urgentissima per il paese.