Nei penitenziari italiani, in tre mesi ci sono stati 21 suicidi, di cui tre nelle celle della Campania. “I numeri aiutano a farci comprendere la situazione, ma per me anche un solo detenuto che decide di togliersi la vita rappresenta un fallimento”: Antonio Fullone, provveditore dell’amministrazione penitenziaria campana, racconta la sensazione nel leggere i nomi e le storie di coloro che hanno deciso di uccidersi. Insopportabile, per loro, l’idea di vivere chiusi tra quattro mura. E così un lenzuolo bianco stretto intorno al collo li ha consegnati alla morte.

Come viene gestito il dramma dei sucidi all’interno delle case circondariali?
“Abbiamo dei protocolli anti-suicidio che aggiorniamo ogni anno. C’è un team che prende in carico il detenuto dal momento in cui fa il suo ingresso in carcere. Un medico si occupa di valutare la sua situazione psicologica e di segnalare le situazioni particolarmente a rischio. Vengono seguiti durante tutto il tempo della permanenza in carcere, ma è chiaro che solo entrare in carcere è di per sé un’esperienza sconvolgente. Spesso, però, si tende a dare la colpa all’organizzazione degli istituti penitenziari. Ecco, su questo non sono d’accordo. Gli istituti devono migliorare e non c’è dubbio, ma è sbagliato dire che si muore di carcere, si muore in carcere. Perché sicuramente è una condizione che amplifica degli stati d’animo negativi e ne crea di nuovi”.

Quali sono i momenti più duri per chi deve scontare una pena?
“Sicuramente l’ingresso e l’impatto con cella e sbarre. Ci sono momenti topici come quello del processo o di una sentenza e spesso influiscono le situazioni familiari e la vita di chi è all’esterno”.

L’emergenza Covid-19 ha influito sulla vita dei detenuti?
“Sì. La sospensione dei colloqui e l’isolamento preventivo di 15 giorni messo in atto per scongiurare il pericolo di eventuali contagi hanno contribuito a rendere molto dura la vita in carcere”.

In che modo si può intervenire per cercare di evitare altri episodi drammatici?
“Gli agenti penitenziari devono prestare attenzione, ma non è sempre facile cogliere il momento e capire che il detenuto è vicino a un gesto estremo. Poi è fondamentale creare luoghi di cultura e, soprattutto, educare al pensiero. Non serve riempire il carcere di mille attività che magari non sono funzionali al reinserimento e in linea con la vita che c’è fuori dal carcere. I detenuti devono impiegare il tempo in maniera sensata”.

A questo proposito, cosa pensa della realizzazione di un polo universitario all’interno del carcere di Poggioreale?
“C’è una sede della Federico II nel carcere di Secondigliano, ce ne vorrebbe una anche a Poggioreale. Raccolgo volentieri la sfida di realizzarla. La cultura è fondamentale, dà ai reclusi gli strumenti per poter capire e affrontare il cambiamento, per decifrare la realtà e gli sbagli, per sviluppare un pensiero critico e autocritico. Credo che la cultura sia l’unica strada per una vita diversa e migliore dopo la galera”.

Ora qual è la situazione degli istituti penitenziari della Regione ?
“Dalla fine del lockdown, purtroppo, gli ingressi sono aumentati e ad oggi sfioriamo il numero di ingressi pre-Covid. Per il momento riusciamo a gestire i detenuti e a rispettare tutte le norme per prevenire il propagarsi del Coronavirus nelle carceri. Ma se la curva degli ingressi continua a salire sarà difficile rispettare tutte le procedure”.

Ultimamente si parla di indulto e amnistia. Lei cosa ne pensa?
“Credo che debba essere la politica a occuparsi di queste dinamiche così delicate”.

In che modo dovrebbe farlo?
“Prendendo le distanze dalle emozioni e dalle implicazioni emotive. È complicato, me ne rendo conto, ma bisogna guardare al sistema carceri con distacco e razionalità. Solo così potremo creare un nuovo sistema penitenziario e, soprattutto, stabilire chiaramente cosa si vuole ottenere dagli istituti penitenziari e quali sono le procedure per renderli davvero funzionali”.