Era il classico detenuto modello. Mai una parola fuori posto, mai una sanzione disciplinare. La permanenza nel carcere di Aversa, però, aveva tagliato tutti i ponti tra lui e il mondo esterno. Nessun contatto con la famiglia, certo, ma neanche con quel tessuto umano e produttivo in cui avrebbe potuto inserirsi una volta uscito di cella. Così Emil si è impiccato. È lui, 32enne rumeno recluso per rapina, l’ennesima vittima del fallimento del ruolo punitivo dello Stato. A denunciare il caso è Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti: “Emil era un uomo tranquillo, tanto che nemmeno i compagni di cella si sono accorti del suo gesto. Non aveva colloqui, a novembre sarebbe uscito. Il che la dice lunga sulla necessità di figure come gli psicologi e di strutture di accoglienza per chi si appresta a tornare in libertà”. Il 32enne rumeno è il 27esimo detenuto che muore suicida negli istituti di pena della Campania da sei anni a questa parte.

Dal 2015 al 2019 la media è stata di sei casi l’anno con un’impennata nel 2018, quando i suicidi sono stati addirittura nove. Quello di Emil è il terzo episodio nei primi quattro mesi del 2020. Eppure la casa di reclusione di Aversa non è sovraffollata: attualmente conta 181 detenuti per una capienza regolamentare di 213 posti. E, ai delinquenti abituali che abbiano scontato la pena, offre la possibilità di trascorrere un anno in casa-lavoro per imparare un mestiere e reinserirsi più facilmente nel tessuto sociale. Che cosa spinge al suicidio, dunque, un detenuto al quale restano da scontare meno di sette mesi? “Bisogna incrementare le occasioni di lavoro e rafforzare la rete di sostegno psicologico per i reclusi – suggerisce Ciambriello – se si vuole evitare che il suicidio e gli atti di autolesionismo diventino l’unico gesto attraverso il quale migliaia di disperati possono far sentire la propria voce”.

Ne è consapevole anche Antonio Fullone, provveditore dell’amministrazione penitenziaria della Campania, che però deve fare i conti anche con la pandemia in atto. Il divieto di assembramenti disposto dal governo per arginare la diffusione del Coronavirus, infatti, ha determinato il blocco di molte attività rieducative che i detenuti svolgevano in carcere e la riduzione dei contatti tra questi ultimi e l’esterno. Ecco perché l’amministrazione penitenziaria sta ripensando sia i corsi sia le modalità attraverso le quali i reclusi comunicano con l’esterno.

“Il ritorno alla libertà non deve diventare una prospettiva drammatica per tante persone disperate e sole”, ammette Fullone. Tornando al Coronavirus, si attende l’esito dei tamponi cui sono stati sottoposti due detenuti a Secondigliano. A Poggioreale, ieri, i reclusi hanno chiesto al garante regionale un vitto migliore, ma soprattutto l’adozione di precauzioni per evitare il contagio anche durante le perquisizioni. Il vero problema riguarda la detenzione domiciliare che il governo ha previsto per alcuni detenuti ai quali resti da scontare un periodo di reclusione tra sei e 18 mesi.

La mancanza di braccialetti elettronici, necessari per coloro i quali debbano scontare più di sei mesi, ha di fatto paralizzato l’applicazione della misura varata per evitare che le carceri si trasformassero in pericolosi focolai. Emblematico il caso di Aversa: dall’istituto dove si è tolto la vita Emil sono finora uscite otto persone, ma per altre 12 la libertà resta un miraggio.

 

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