Il carcere di Viterbo è un carcere “punitivo”. Letta così, potrebbe sembrare la denuncia di un detenuto o di un attivista per i diritti civili. Invece è una delle prime cose che mi viene detta dalla direzione e dal personale del Mammagialla quando, ormai più di un anno fa, ci metto piede per la prima volta. Siamo nell’ottobre del 2018, e il carcere di Viterbo si appresta a chiudere un anno letteralmente drammatico. Il 21 maggio, nell’isolamento, si è suicidato Andrea Di Nino, 36enne romano. Il 23 luglio, sempre in isolamento, si è impiccato Hassan Sharaf, 21 anni e solo una manciata di giorni da scontare, poi morto in ospedale dopo una settimana di coma. Io sono là proprio a seguito di questi fatti, per comprendere la situazione di un carcere che si presenta inequivocabilmente come un luogo difficile. E questa, la qualifica del carcere come luogo “punitivo”, è una delle prime cose che mi riferiscono quelli che ci lavoravano dentro. Lamentandosene, perché a loro dire è proprio a causa di quella “fama” che al Mammagialla confluiscono solo i detenuti più turbolenti, tra cui molti affetti da disturbi psichiatrici, grazie a quelli che in gergo tecnico si chiamano «trasferimenti per ordine e sicurezza».

La circostanza, mi dicono, rende molto difficile il loro lavoro, malgrado la dedizione e, come si dice, le migliori intenzioni. Un primo giro del carcere mi conferma la sensazione di un luogo particolarmente problematico. La sezione “nuovi giunti” è utilizzata per ospitare detenuti particolarmente problematici, anziché quelli arrivati da pochi giorni e in attesa di essere alloggiati, per i quali viene invece usato l’isolamento. Ci sono gravi carenze strutturali. Le attrezzature sono insufficienti per svolgere in modo proficuo le attività, il personale, come di consueto, è in sottonumero, e il sovraffollamento è oltre i limiti di legge. Ma oltre a questo c’è un’aria tesa, pesante. Tanti detenuti, durante la visita, mi riferiscono di comportamenti poco ortodossi da parte della polizia penitenziaria. Alcuni di loro mi parlano apertamente di percosse.

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Un carcere difficile, dunque, sul quale penso di poter accendere un faro, contribuendo a disinnescare tensione e dinamiche negative, attraverso quella visita e la successiva, neanche un mese dopo. Speranza disattesa già poche settimane più tardi, l’8 dicembre, quando Giuseppe De Felice, trasferito da poco al Mammagialla, denuncia attraverso la moglie di essere stato pestato da una “squadra” di agenti penitenziari con tanto di mazze e volto coperto. Una versione che De Felice mi conferma personalmente, per filo e per segno e nonostante la presenza di alcuni agenti della polizia penitenziaria al nostro colloquio, di lì a due giorni, quando mi precipito di nuovo al carcere di Viterbo per tentare di farmi un’idea dell’accaduto. Sulla vicenda, anche grazie agli esposti presentati dal Garante per i detenuti del Lazio Stefano Anastasia, iniziano a indagare le autorità competenti. Ma non è tutto.

Il 2 febbraio del 2019 il deputato di +Europa Riccardo Magi, sulla base degli elementi che ho raccolto durante le visite e di quanto riferito dal Garante, presenta un’interrogazione parlamentare. Pochi giorni dopo, durante la trasmissione Popolo sovrano su Rai2, un ex detenuto parla del Mammagialla come di un vero e proprio “inferno in terra”, raccontando di pestaggi e di insostenibili pressioni psicologiche nei confronti degli ospiti, mentre un agente della polizia penitenziaria, intervistato nella stessa trasmissione, ammette e rivendica l’uso di “schiaffi educativi” nei confronti dei detenuti. Nel frattempo gli eventi drammatici non accennano a fermarsi. Il 29 marzo del 2019 Giovanni Delfino, 62 anni, un senzatetto che viveva di elemosina finito in carcere per reati commessi anni prima, viene massacrato a colpi di sgabello dal compagno di cella, arrestato per tentato omicidio. Nel successivo mese di giugno Giacomo Barelli, consigliere comunale di Viterbo e avvocato della famiglia di Hassan Sharaf, ottiene la convocazione di una seduta straordinaria del Consiglio comunale per discutere la situazione del carcere, alla quale vengo invitato a raccontare quello che ho visto e sentito, cui partecipa anche il Sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi. Insomma: l’attenzione, il “faro acceso” ormai ci sono tutti. Ma evidentemente non bastano.

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Passa qualche mese, e il 14 ottobre un detenuto aggredisce e picchia nottetempo un’infermiera, procurandole ferite alla bocca, alla lingua e agli arti superiori. L’ultima, drammatica notizia, è dell’altroieri. Un ragazzo del 1995 di origini africane si toglie la vita impiccandosi nella sua cella. Giovane, come Hassan Sharaf: e come Hassan Sharaf con pochi mesi ancora da scontare. La polizia penitenziaria sottolinea la carenza di organico, l’inadeguatezza delle strutture e di conseguenza l’estrema difficoltà di gestire una situazione obiettivamente difficile. Circostanze di cui mi sono potuto accertare personalmente, e che quindi non posso che confermare. Ciononostante quelle parole, “carcere punitivo”, continuano a restarmi in testa. Perché se da un lato è indubbiamente vero che dover trattare con individui particolarmente problematici rappresenta una difficoltà, dall’altro non ci si può non domandare quali siano le ragioni di quella fama: cioè chiedersi perché i detenuti problematici vengano trasferiti sistematicamente proprio in quell’istituto.

La sensazione è che molte delle risposte che mancano ruotino proprio intorno a questa domanda inevasa.
Porsi questa domanda non significa, come qualcuno ha sostenuto in questo anno e mezzo, infangare il lavoro di tanti agenti che svolgono la loro attività con dedizione e malgrado le difficoltà che sono costretti ad affrontare. Significa, al contrario, riconoscere e valorizzare quel lavoro, accertando eventuali abusi ed eliminando ogni possibile “area grigia”. Si tratta, come si dice, di fare piena luce. E di farlo sul serio, portando fuori da quel carcere le voci di chi vi è costretto dentro e fatica a farle uscire. Le voci di quelli che non hanno mogli, parenti o amici a cui raccontare quello che vivono. Le voci dei tanti, troppi, che precipitano nella disperazione senza avere nessuno con cui parlarne. Voci che, naturalmente, vanno verificate con il massimo scrupolo prima di essere prese per verità. Ma che meritano, con altrettanto scrupolo, di essere ascoltate.