Nelle carceri italiane l’articolo 27 della Costituzione non è rispettato”. A denunciarlo è Pietro Ioia, napoletano, ex detenuto e ora fervente attivista per i diritti dei detenuti, presidente dell’Associazione Ex Don. “Sono stato uno spacciatore, poi narcotrafficante internazionale negli anni ’80, sono stato arrestato e trattenuto in carcere per 22 anni. Nel 2002 sono uscito e ho deciso di cambiare vita. Da 15 anni lotto per i diritti dei detenuti”. Pietro parla con i reclusi, con le loro famiglie e con chi esce. A questi ultimi cerca di dare una mano a reinserirsi nel mondo del lavoro e a non delinquere più.

Per me è stata dura ricominciare – racconta – Per chi esce dal carcere non ci sono mai state possibilità. Quando sono uscito dal carcere ho cercato lavoro a Modena. Durante la detenzione avevo fatto corsi di carpenteria, ma il posto dove avevo trovato lavoro, dopo aver scoperto che ero un ex detenuto mi ha sbattuto la porta in faccia. Sono tornato a Napoli e ho lavorato sempre in nero, era l’unico modo. Ho deciso di cambiare vita perché guardandomi indietro ho capito di aver lasciato da sola la mia famiglia, i miei figli sono cresciuti senza di me. Ho avuto occasione di tornare a delinquere ma ho detto basta”. Pietro, grazie alla sua esperienza, riconosce e testimonia l’importanza di poter svolgere in carcere corsi di formazione che siano davvero utili a trovare lavoro. Per lui è un problema che riguarda tutta la società: “Se in carcere non si impara nulla, il detenuto uscirà ancora più criminale – dice – Se uno non si rieduca è inutile, avremo sempre più criminali. Recuperare un delinquente è recuperare un mondo”.

Per Pietro l’articolo 27 della Costituzione non è rispettato affatto. “Troppo spesso arrivano alle cronache storie di poliziotti penitenziari che picchiano i detenuti, come è successo a Torino. Poi c’è il caso della ‘cella zero’ a Poggioreale per cui è in atto un processo in cui sono coinvolti 12 poliziotti penitenziari. Se si rispettasse l’articolo 27 tutto questo non succederebbe. Una persone è in custodia della polizia ed è un essere umano prima di essere un detenuto”. Pietro è stato uno dei primi a denunciare la presenza della ‘cella zero’ a Poggioreale. Una cella di torture che adesso è stata chiusa.

Detenuti, ex detenuti e famiglie chiedono a Pietro voce e appoggio per difendere i loro diritti. “Quello che mi raccontano più spesso sono storie di mala sanità. “Tempi enormi per poter fare una visita specialistica, medicine che non ci sono da quando la gestione è andata in mano all’Asl Napoli 1, non ti fanno manco comprare le medicine o fartele portare dai parenti. Poi ci sono le malattie virali e le infezioni che si diffondono per gli spazi stretti. Addirittura si parla di casi di tubercolosi”. E racconta di un detenuto 40enne che dal carcere di Palermo, il Pagliarelli, è stato trasferito a Poggioreale 5 mesi fa per fare una visita specialistica. Nel giorno dell’appuntamento prefissato non c’era nessuno che poteva accompagnarlo perché il personale della polizia penitenziaria è sotto organico. È ancora lì, sovraffollando ulteriormente un carcere che già sta straripando con le conseguenti problematiche. “Portare lontano un detenuto dalla sua città vuol dire allontanarlo dai suoi cari che magari non hanno i soldi per potersi pagare il viaggio per andare a trovarlo. Soffre tutta la famiglia, non solo chi ha sbagliato”.

Io non sono dell’idea che sia giusto abbattere tutti i carceri – spiega l’attivista – Ci sono persone che per i reati che fanno meritano il carcere. Il problema è che i penitenziari dovrebbero essere strutture moderne, spaziose, in cui entrano ditte esterne per cui un detenuto dovrebbe lavorare, non oziare. Lavorare per costruire il suo futuro, imparare come è successo a me e con quello che ho imparato lì mi sono potuto ricostruire la vita”. Per Pietro invece il carcere serve solo a farsi una cultura criminale. Si entra per un aver commesso un errore, magari uno scippo fatto per fame, e si esce veri e propri criminali. “In cella si parla solo di affari illegali. Poggioreale, per esempio, è un posto criminogeno, una vera e propria scuola di criminalità. E questo succede ovunque”.

Recentemente Pietro ha vinto il “Premio Diritti Umani Stefano Cucchi onlus” promosso e consegnato da Ilaria, la sorella di Stefano, il ragazzo morto il 22 ottobre 2009 mentre era sottoposto a custodia cautelare. Un premio che lo ha particolarmente emozionato perché arriva come riconoscimento della sua instancabile attività in difesa dei diritti dei detenuti. “È un premio che arriva da una famiglia che ha subito un morto in quel modo, un morto in mano allo Stato, una tragedia immane – dice Pietro – Questo premio mi fa capire che le battaglie che si fanno per i diritti umani vanno sempre fatte. E io continuerò a farle con tutte le mie forze”.