È dimagrito di 10 chili in 10 giorni Giovanni De Angelis, malato di tumore all’intestino con metastasi lungo tutto il corpo detenuto nel carcere di Poggioreale di Napoli. È morto il 27 dicembre all’Ospedale Cardarelli, trasportato lì direttamente dal carcere quando le sue condizioni sono gravemente peggiorate. La famiglia aveva chiesto più volte di farlo rientrare a casa per motivi di salute, ma il Magistrato di Sorveglianza glie lo ha negato. Così è morto, nel carcere più affollato d’Europa, vivendo i suoi ultimi giorni di vita tra mille difficoltà che la malattia ha reso un vero inferno per se e la sua famiglia.

Giovanni era stato arrestato per detenzione di armi e posto agli arresti domiciliari. Dopo aver evaso la misura è stato rinchiuso a Poggioreale. Qui inizia la storia infernale come denuncia Samuele Ciambriello, Garante dei Detenuti della Regione Campania: “Non si può morire di carcere e in carcere”, ha detto. “Aveva un colloquio con me il giorno 3 dicembre 2019 – racconta Ciambriello –  e dopo diversi miei solleciti a livello sanitario, il detenuto è stato portato al Cardarelli, dal quale è stato dimesso con prognosi tumorale che annunciava ‘una vita breve’. A quel punto la Direzione Sanitaria del carcere di Poggioreale mi ha confermato che il 5 dicembre aveva emesso un certificato di Incompatibilità col regime carcerario. Nella nostra Regione si contano sulle dita di una mano le dichiarazioni di questo tipo”.

La storia di Giovanni era già stata segnalata da Pietro Ioia, neo Garante dei detenuti del Comune di Napoli e Presidente dell’Associazione Ex Don. “I familiari del detenuto Giovanni De Angelis sono disperati perché è un malato affetto da patologia psichiatrica e da qualche tempo era anche in cura perchè gli sono stati riscontrati valori tumorali alti – ha detto – È detenuto per reati minori e sta rifiutando il cibo per mancanza di medicinali, spero che non stiamo di fronte a un’altro caso come quello di Ciro Rigotti”.

Ciambriello racconta che il 19 dicembre 2019 Giovanni aveva incontrato una delle collaboratrici del garante dei detenuti e in quella circostanza era risultato depresso, confuso, e affetto da schizofrenia indifferenziata. Dalla fine del mese di Novembre, e per l’intero mese di Dicembre, il suo avvocato aveva chiesto, senza ottenere alcuna risposta, al Tribunale di Sorveglianza di Napoli una concessione di misura alternativa alla detenzione. Poi il 27 dicembre scorso è peggiorato all’improvviso ed è stato necessario accompagnarlo al Cardarelli dove poche ore dopo è morto.

Un destino beffardo quello che è toccato a Giovanni: dopo tanta insistenza da parte di sua sorella e sua madre giusto il 27 dicembre il Magistrato di Sorveglianza aveva autorizzato la detenzione domiciliare presso l’abitazione della sorella a Napoli. Ma Giovanni non ce l’ha fatta e ha spirato lì, tra il carcere e l’ospedale. “L’incompatibilità carceraria si verifica quando la persona è in una fase della malattia così avanzata da non rispondere più (secondo le certificazioni del servizio sanitario penitenziario o di quello esterno) ai trattamenti terapeutici praticati in carcere – ha sottolineato Ciambriello – Credo che non si tratti quindi di una concessione eventuale e/o discrezionale, ma di un preciso diritto, peraltro riconosciuto anche agli imputati”.

L’art. 11 dell’Ordinamento Penitenziario infatti prevede che “ove siano necessari cura o accertamenti diagnostici che non possano essere apprestati dai servizi sanitari degli Istituti, i condannati e gli internati sono trasferiti, con provvedimento del Magistrato di Sorveglianza in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura”. Per Ciambriello nel caso di Giovanni, il mancato differimento della pena è una violazione dei diritti costituzionali, ed è un trattamento contrario al senso di umanità. “Non è accettabile che un detenuto muoia in uno stato di detenzione dopo che, per una patologia nota e conclamata, è stata dichiarata l’Incompatibilità con il regime carcerario”.