Dario aveva 38 anni, era nato e cresciuto nel Salernitano ed era arrivato nel carcere di Secondigliano per un’accusa legata a un reato odiosissimo, violenza sessuale. Era in attesa di giudizio, come la maggior parte dei detenuti nelle carceri italiane. Il 27 febbraio lo hanno trovato impiccato nella sua cella mentre il mondo fuori cominciava a fare i conti con l’epidemia da Coronavirus . È stato un caso di suicidio. Emil, 32 anni, era arrivato in Italia dalla Romania ed era finito nel carcere di Aversa per espiare una condanna per il reato di rapina. A novembre avrebbe riacquistato la libertà, ma non ce l’ha fatta ad aspettare: lo hanno trovato il 5 aprile scorso impiccato. Suicidio anche in questo caso. Lamine aveva 28 anni, era algerino.

Si è suicidato il 5 maggio scorso, asfissia da gas la causa del decesso stabilita dai medici. È stato trovato senza vita nel reparto Danubio ma proveniva dal reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere dove circa un mese prima altri detenuti avevano denunciato di aver subìto presunti pestaggi. Dario, Emil e Lamine sono i tre detenuti morti suicidi in istituti di pena campani i cui nomi sono finiti nell’elenco dei 21 casi registrati dall’inizio del 2020 nelle carceri di tutta Italia. Sono nomi le cui storie finiscono archiviate come “eventi critici” e usate per statistiche che rendono le dimensioni di un bilancio sempre drammatico, provando a riportare la questione della vivibilità in carcere tra i temi delicati per i quali viene richiesto un maggiore impegno da parte della politica e delle istituzioni. Un nuovo grido di allarme arriva dal garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello: “L’emergenza Coronavirus ha pesato enormemente sulla già precaria situazione delle carceri in Campania. Dall’inizio dell’anno in Italia si sono registrati 21 suicidi, tre in Campania dal 27 febbraio ad oggi. Le galere servono a togliere la libertà, non la vita”, tuona Ciambriello.

“Ogni suicidio – aggiunge – ha una risposta diversa ma comunque propone sicuramente delle domande e le sintesi esplicative non funzionano per spiegare gesti di disperazione così gravi. La scelta di una persona di togliersi la vita non deve mai, da nessuno, essere strumentalizzata”. Ciambriello punta l’attenzione su un dato comune ai suicidi degli ultimi tempi: “Mi colpisce il fatto che, tra gli ultimi suicidi in Italia, ci siano persone che avevano appena fatto ingresso in istituto ed erano state collocate in isolamento sanitario precauzionale”. La maggior parte di chi ha scelto di togliersi la vita, quindi, non era in cella da molto tempo. Cosa abbia spinto queste persone a un gesto così estremo? Quali paure e quali angosce fanno leva su di loro al punto da decidere di non darsi nemmeno più una possibilità? “Dietro una scelta di suicidio – spiega il garante regionale dei detenuti che da anni si impegna in Campania per i diritti di chi è recluso in carcere – può esserci solitudine, disagio psichico, trattamento sommario con psicofarmaci, assenza di speranza, disperazione per il processo o la condanna, abusi. Non è possibile ricondurre a una la motivazione”.

È chiaro che ci sono aspetti su cui occorre soffermarsi con riflessioni più ampie. “Non si può morire di carcere in carcere – ribadisce Ciambriello – Invito le istituzioni ai vari livelli, il Ministero della Giustizia, gli operatori del privato sociale, a una riflessione perché accanto alla precarietà endemica del carcere si stanno aggiungendo vulnerabilità e disagi in questo periodo di Covid”. Il particolare momento storico vissuto attualmente con gli effetti dell’isolamento causato dalla pandemia possono aver avuto un peso, ma il discorso appare più complesso. Ciambriello pone anche l’accento sulla necessità di misure mirate. “In questo senso occorre prevedere un incremento di figure sociali sostanziali, altro che un concorso per 95 educatori in tutta Italia. Bisogna andare oltre l’attuazione di quel protocollo anti-suicidiario che si applica in condizioni normali ma che non dà buoni risultati”.

Dall’ultima relazione annuale sulle carceri emerge che a fronte di un calo dei decessi per morte naturale negli istituti campani (-13%) si è registrato nel 2019 un aumento dei suicidi (53 casi, il 41% in più rispetto al passato) e una preoccupante impennata dei tentativi di suicidio (1198 casi). Vuol dire che un detenuto ogni 900 ha provato a togliersi la vita in cella.