Alfonso Fresca aveva 39 anni ed era in carcere dal 23 giugno scorso. La sua cella era nel padiglione Livorno del carcere di Poggioreale ed è stata l’ultima cosa che ha visto, il luogo dove ha scelto di togliersi la vita. È accaduto ieri: suicidio numero 6 in Campania dall’inizio dell’anno. Nei prossimi giorni si cercherà di scavare nella sua vita, di indagare tra le pieghe di quel reato odioso, maltrattamenti, per il quale era finito in carcere,e si ripercorreranno le tre settimane trascorse dietro le sbarre provando a dare una spiegazione a un gesto così intimo e disperato. Solo mercoledì c’era stato un altro suicidio: Luigi Rossetti, 40 anni, era stato trovato impiccato nella cella del carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove si trovava in isolamento sanitario per l’emergenza Covid.

Anche in questo caso si proverà a dare una risposta al gesto estremo. Intanto si fanno i conti con il triste bilancio di questi ultimi due giorni: due detenuti morti suicidi in cella in due istituti di pena della Campania sono un bilancio pesante. «Un bilancio pesantissimo», dice Antonio Fullone, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria che aggiunge: «Il dato non va assolutamente sottovalutato, anche se il suicidio in genere non ha mai una sola causa ma più cause diverse e ogni simile gesto – lo dico non come elemento di deresponsabilizzazione, ma di complessità e serietà di approccio – è diverso da un altro, perché le persone sono diverse e hanno storie diverse». «Abbiamo avviato delle indagini per capire cosa ha determinato questi suicidi, cosa non ha funzionato. È doveroso», spiega Fullone annunciando per la prossima settimana un incontro con le autorità sanitarie per una riflessione su come arginare il rischio suicidi.

I temi sul tavolo sono tutti estremamente delicati e attuali: il carcere come ambiente, l’attuale contesto storico, l’emergenza-Covid, le fasi della ripresa dopo il lockdown, la sanità penitenziaria, l’importanza degli spazi per i detenuti oltre che le attività e i percorsi che servono a rendere il carcere non solo un luogo dove contenere e far espiare la pena, ma anche un luogo da cui uscire con migliori propositi e maggiori consapevolezze. Ventinove suicidi nelle carceri italiane e sei in quelle campane dall’inizio dell’anno sono numeri che devono imporre delle riflessioni.

E se è vero che il numero complessivo dei reclusi in Italia si è ridotto del 13,9%, vuol dire che le riflessioni devono superare il problema del sovraffollamento e analizzare più in profondità le problematiche del carcere. Per il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, e per quello cittadino Pietro Ioia, «anche se i suicidi sono ascrivibili a diverse motivazioni, il carcere continua ad uccidere». Di carcere si può morire e i garanti puntano l’attenzione su solitudine e vuoto trattamentale. «Ci sono più suicidi tra le persone recluse che tra le persone libere – dice Ciambriello – Perché la politica tace su questi problemi? Le istituzioni devono mettere in campo risorse per incrementare figure sociali nelle carceri e potenziare le attività culturali, ricreative e formative in modo da attuarle anche nelle fasce pomeridiane, creare articolazioni psichiatriche in ogni carcere, un’altra Rems o luoghi simili e prevedere un’assistenza adeguata per chi finisce in cella per reati particolarmente delicati che, come i maltrattamenti in famiglia, nascondono debolezze e criticità».