“Mio fratello Diego se ha visto il mare tre volte nella sua vita è pure assai. Il resto lo ha passato in carcere a scontare i reati commessi ma non meritava di pagare anche con la vita”. Christian Cinque è il fratello di Diego, morto a 29 anni in carcere. Subito il caso fu archiviato come suicidio, uno dei tanti che si susseguono nelle carceri. Ma Christian non ci ha creduto nemmeno per un istante. Diego stava scontando una pena di 7 anni per rapina. Arrestato a luglio 2016, sarebbe tornato in libertà a marzo 2023, una pena breve che non avrebbe comunque giustificato la voglia di un suicidio da parte di Diego, giovane, con una compagna con cui aveva un rapporto molto sereno e una figlia di 1 anno e mezzo per cui stravedeva e non vedeva l’ora di riabbracciare. “Io sentivo spesso mio fratello ed era sereno – racconta Christian – certo a volte mi ha parlato di qualche lite con gli altri detenuti ma sono situazioni a cui un ragazzo come lui era abituato”.

Christian ricorda con dolore quando quella mattina del 16 ottobre 2018 trovarono suo fratello impiccato nel bagno vicino alla sua cella. “Mi telefonarono alcuni detenuti suoi compagni di cella – dice – mi precipitai al carcere di Poggioreale e mi dissero che era vero: mio fratello era ancora appeso al soffitto con un laccio per le scarpe. Mi dissero subito che era stato un suicidio ma io non ci ho mai creduto. Era un ragazzo abituato al carcere e non ne era turbato. Poi quando vidi il corpo senza vita diceva chiaramente che non si era ammazzato da solo”. Subito fu chiesta l’archiviazione come morte determinata da “asfissia acuta meccanica violenta da impiccamento suicidiario tipico”. Complice anche la circostanza del ritrovamento del corpo chiuso in bagno dall’interno con una corda tesa a bloccare la porta e uno sgabello rovesciato. Ma alcune incongruenze tra cui la ricostruzione dei compagni di cella di quella mattina portarono il giudice per le indagini preliminari a rigettarla e riaprire il caso.

A confermare i sospetti di Christian è stato soprattutto l’esame del medico da lui ingaggiato per un’autopsia di parte. Sul collo di Diego c’erano due diversi segni, un primo più doppio, simile a un lenzuolo, e un secondo stretto come un laccio di scarpe che però non sembrava essere stato stretto attorno al collo di una persona viva. E ancora colpi di percosse e le analisi agli occhi che denunciavano che Diego era passato dal sonno alla morte. Poi il sangue condensatosi sulla schiena segno di un corpo morto supino e non appeso per il collo. “No, mio fratello non si è suicidato – dice Christian che non si dà pace – non lo so cosa sia successo. Credo nella giustizia e non credo sia stata opera della polizia penitenziaria. Ma chiunque sia stato io merito di conoscere la verità”.

“Sono due anni che il carcere di Poggioreale teneva ancora gli effetti personali di mio fratello – racconta Christian – Quando morì mi dissero che queste cose erano sotto sequestro. Sono recentemente andato a ritirare il suo borsone, l’ho preso, ho ingenuamente firmato senza controllarne il contenuto e sono andato a casa. Con grande dispiacere l’ho aperto e l’ho trovato quasi vuoto. Non sono importanti le cose, i vestiti o gli oggetti, erano gli ultimi ricordi affettivi che abbiamo di lui. Ci hanno portato via anche quelli. Voglio solo giustizia”.