Ci sono due modalità diverse attraverso le quali, nel corso del tempo, l’Italia ha evitato di fare chiarezza sul “lodo Moro”, il patto tra lo Stato italiano e le organizzazioni rimasto di fatto in vigore per tutti gli anni 70 e sin oltre la metà degli 80. La prima e più semplice via è stata la pura e semplice negazione dell’esistenza dell’accordo, o la sua derubricazione a faccenda di servizi segreti, che si sarebbe sviluppata in autonomia, senza coinvolgimento o input dei vari governi in carica. Questa visione, a lungo promossa a verità di Stato, è stata smentita da una mole di testimonianze e documenti tali da non lasciare dubbi in proposito: l’accordo ci fu e a volerlo, conoscerlo, sostenerlo e sottoscriverlo non furono gli agenti dei servizi ma i premier e i ministri.

La seconda modalità, quella minimalista, è più sottile e “moderna”: riconosce l’esistenza del lodo e il coinvolgimento dei governi nella stipula ma lo riduce ad accordo stretto per evitare attentati, nel quadro di una modalità adottata da moltissimi Paesi europei all’inizio degli anni 70. Che il Patto sia nato proprio così è certo, che però poi non abbia assunto in Italia caratteri diversi per spessore e longevità rispetto agli altri Paesi europei invece non lo è affatto. Se all’inizio lo scambio era solo, come in buona parte d’Europa, quello tra scarcerazioni facili e permesso di trasportare armi da un lato, rinuncia ad attentati contro obiettivi italiani dall’altro, quasi immediatamente da noi l’accordo si ampliò fino a rendere l’Italia non solo territorio di libero transito ma base logistica a tutti gli effetti, prima di trasformarsi in una delle principali leve dell’intera politica filo-araba ed energetica del Paese negli anni 80. (già dagli anni 70).

Nella trasformazione dell’Italia in centrale operativa i soldi erano importanti tanto quanto le armi. Dal documento che qui pubblichiamo, emerge chiaramente la rete di finanziamenti costruita in Italia. Secondo quanto riportato dai servizi segreti americani e inglesi l’Italia era una delle principali basi logistiche dei palestinesi nell’Europa Occidentale. Il denaro depositato serviva per gli attentati e trovandosi già in loco non dava adito a pericolosi trasferimenti di valuta, che avrebbero potuto mettere in allarme le forze dell’ordine. A occuparsi di questo aspetto delle attività dell’Olp era il Rasd. Significa “rete di osservazione” e, secondo la documentazione dell’Ufficio Affari Riservati risalente al marzo del 1972, il Rasd era in effetti l’organo informativo di Al Fatah, creato per raccogliere informazioni su Israele, poi anche sui territori persi durante la guerra del giugno del 1967 e infine per reclutare nuovi membri di Al Fatah. Il primo direttore fu Salah Khalaf (Abu Iyad), numero due di Al Fatah, addestrato al Cairo dal Servizio Informativo Egiziano (Sie) insieme ad Alì Hasan Salamah (Abu Hasan), destinato a succedergli nella carica. Il sodalizio iniziale vide i due servizi operare insieme, entrando in disaccordo solo ai primi degli anni 70.

Salamah, figlio di Shaykh Hasan Salamah considerato il primo “martire della Palestina”. Il suo ruolo lo poneva agli ordini diretti di Arafat, l’unico a cui era tenuto a rispondere del suo agire. La guerra del 1967 fu il motore di volta del cambio di funzioni del Rasd. L’affluenza di armi e di denaro da parte dei paesi arabi amici verso Al Fatah, comportò il problema dell’investimento degli stessi. All’organizzazione risultava difficile giustificare i suoi investimenti in Occidente e ripiegò sul Rasd usandolo come longa manus nelle sue operazioni. Il tutto doveva avvenire senza che l’Egitto si accorgesse di queste manovre finanziarie. Le somme da portare in Europa ammontavano a circa 100 milioni di dollari, risultato, secondo quanto scoperto dal servizio segreto inglese, del traffico di droga. Per questo fu necessario costruire una rete tutta nuova, reclutando anche elementi europei e sempre secondo quanto riportato nella documentazione, ciò aprì la strada a contatti con gruppi di sinistra e “dischiuse una via tutta nuova alla cospirazione internazionale”. Gli anni del 1968 e del 1969 segnarono questa permanenza in Occidente. Il Rasd aveva la sua direzione centrale a Beirut e il suo centro logistico per le progettazione delle operazioni nel campo di Sabra, zona di profughi palestinesi.

Negli uffici di Beirut i compiti erano legati alla sicurezza, raccolta informazioni, collegamenti con altri servizi, raccolta di armi, addestramento e incarichi a “contratto”. Questi ultimi consistevano nel procurare denaro per Al Fatah mediante azioni da effettuarsi con l’uso di armi come il rapimento o l’uccisione di leader in esilio per conto ad esempio di siriani o iracheni. Per le sue operazioni da effettuarsi all’estero, possiede numerosi passaporti di paesi arabi, tra cui alcuni diplomatici, soprattutto provenienti dall’Algeria, Libia e Sudan.
La necessità di Al Fatah di mantenere una sua immagine moderata, la lega in maniera indissolubile ai servizi del Rasd, che in un certo senso ne cura le operazioni internazionali. Lo stesso Settembre Nero è descritto nei documenti come un gruppo di copertura del Rasd, che provvedeva a fornire nascondigli sicuri, armi e vie di fuga in cambio di addestramento e altre armi. Ad esempio il campo di Hamah, vicino a Damasco era usato per l’addestramento all’uso di esplosivi.

Nel report si parla dell’uccisione del Primo Ministro Giordano W.T., del tentato omicidio dell’ambasciatore giordano nel Regno Unito Z.R. dell’attentato dinamitardo alla ditta Struever KG in Amburgo, alla raffineria Esso sempre ad Amburgo e all’Officina Gas di Ravenstein in Olanda. Il Rasd era ben articolato e al suo interno prevedeva una Direzione con a capo Alì Hasan Salamah (Abu Hasan), un suo autista, un aiutante in campo e un vice Ghazi Abd-Al Qadir Al-Husayni (Abu Ghazi). Al di sotto si ponevano i Capi Squadre Omicidi nel numero di quattro persone, Abu Mihammad, Abu Sakhr, Al-Hilu e Alì Al-Luh (nomi di battaglia). Seguivano i Sostenitori e gli Addetti alla Falsa documentazione. Il Personale a sua volta era composto da quello di Beirut, circa 30 persone e dagli assassini nel numero di 23. Alcuni erano addestrati in Algeria, soprattutto all’uso delle bombe, altri nel Nord del Vietnam e a seguire in Siria, Turchia.

Il Rasd muovendosi in ambito internazionale aveva agenti e funzionari anche al di fuori del Libano: in Medio Oriente si contavano 8 agenti sparsi tra il Kuwait, la Giordania, la Siria, l’Egitto, la Turchia e Gaza. In Europa si radicò nel Regno Unito con 10 agenti, in Germania dove erano presenti anche nomi tedeschi con 5 agenti, in Olanda con 1 solo agente olandese, in Italia con 3 agenti di cui due italiani, in Austria anche 1 solo agente e infine in Francia con 4 agenti di cui 1 francese. Indagare il lodo Moro, non con l’occhio del giudice istruttore ma con quello dello storico significa seguire tracce del genere, per mettere a fuoco le dimensioni reali dell’intesa raggiunta con le organizzazioni palestinesi e i prezzi che si sono pagati per difenderla e rispettarne i dettami.

David Romoli, Giordana Terracina