La nostra lunga chiacchierata è interrotta più volte da una voce strozzata dalla commozione, nel ricordo di quella tragica giornata. Quella di Riccardo Pacifici, storico presidente della Comunità ebraica romana, è una intervista che “corre” sul filo di una ferita personale che s’intreccia indissolubilmente con quella di una intera comunità colpita al cuore, quella mattina del 9 ottobre 1982. Nell’attacco terroristico all’antica Sinagoga di Roma muore un bimbo di due anni, Stefano Gaj Taché, e 37 sono i feriti, tra i quali Emanuele Pacifici, padre di Riccardo, che lottò per sei mesi tra la vita e la morte. Nell’intervista, l’ex presidente della Comunità ebraica di Roma racconta episodi inediti che visse personalmente, come una confidenza fattagli da Francesco Cossiga. E non solo.

«Il Governo sapeva e non fece nulla per impedire l’attentato agli ebrei». Così questo giornale ha titolato l’articolo-inchiesta in cui si dà conto delle carte segrete che rivelano lo scandalo. Lei come visse quella tragica giornata?
Quel giorno ha cambiato totalmente la mia vita. Ha cambiato i progetti di un ragazzo che allora faceva l’ultimo anno di liceo e che si apprestava, come altri ragazzi della mia età, a fare una esperienza in Israele. Quella mattina, casualmente, io non ero alla Sinagoga. Mio padre invece era lì, andava in Sinagoga tutti i sabati. Non era un ebreo osservante, era figlio di un rabbino, ed era rimasto orfano di ambedue i genitori morti nella Shoah. Venimmo a sapere dell’attentato da un mio cugino, ma di mio padre Emanuele non si avevano notizie. Un silenzio durato dieci angoscianti, interminabili ore. Mi precipitai in Sinagoga, per saperne di più e per aiutare a soccorrere i feriti. L’attentato avvenne attorno a mezzogiorno. Verso le 5 del pomeriggio scoprimmo che buona parte della mia famiglia era rimasta colpita. C’era anche il mio cuginetto Jonathan, il bambino nella foto che avete pubblicato nell’articolo, in braccio a una vigilessa. Jonathan aveva l’età di Gavi Tachè, quattro anni, due anni in più di Stefano, il bimbo ucciso. Gavi rimase ferito al volto, colpito dalle schegge di una bomba a frammentazione. Mentre ero lì si avvicinò un amico di mio padre che mi disse: “invece di occuparti degli altri, sai dove sta tuo padre? Lo stanno operando già da diverse ore e non è detto che l’operazione potrà avere buon esito…”. L’operazione durò 16-18 ore. Papà venne colpito da una bomba a frammentazione in pieno ventre. Le schegge gli lacerarono la gola e gli entrarono negli occhi. Per miracolo, mio padre si salvò. E si salvò grazie a un vecchio libro di preghiere che conservo ancora nella mia biblioteca. Un libro che quando uscì dalla Sinagoga, lui teneva stretto al petto. Una scheggia invece di colpire il cuore, uccidendolo, si conficcò in questo libro di preghiere molto corposo. Era il libro di mio nonno, il rabbino Riccardo Pacifici, assassinato ad Auschwitz. Papà fu miracolato due volte, perché fu messo a fianco della salma di Stefano Taché, coperto da un lenzuolo bianco. Ed era stato dato per morto. Oltre ai medici che l’operarono, e al libro di mio nonno, mio padre deve la vita al rabbino capo Elio Toaff che mentre lo stava benedicendo sentì dei rantoli. Il resto, cioè l’operazione che gli salvò la vita, lo fecero i chirurghi che l’operarono. Non finirò mai di esser loro grato.

Quella giornata che le cambiò la vita, la seguì anche negli anni in cui fu alla guida della Comunità ebraica di Roma. In questa veste fu lei a far riferimento al “lodo Moro” in occasione di una visita ufficiale alla Sinagoga di Roma dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Una iniziativa che suscitò grande scalpore.
Assolutamente sì. Da quel momento abbiamo battuto su quel tasto più e più volte. Ricevendo il pieno sostegno del presidente Napolitano. E qui vorrei inserire un episodio che so essere molto forte e che s’inquadra perfettamente nel meritorio scoop de Il Riformista.

A cosa si riferisce?
Alla disarmante risposta che ebbe Daniela Gaj, la mamma di Stefano Taché, nel momento in cui intraprese una battaglia parallela. Lei sa che l’Italia istituì la Giornata delle vittime del terrorismo. Stefano Tachè non era in quell’elenco. La risposta che venne data, con una ingenuità che la dice tutta, senza rendersi conto della gravità di quell’affermazione, fu «noi ricordiamo le vittime italiane» del terrorismo! Questo filone lo si può ritrovare anche nel “lodo Moro”.

Lei che idea si è fatto in proposito?
Nell’immaginario collettivo, anche di alcune autorevoli figure delle istituzioni dell’epoca, quel “lodo Moro” non venne violato. Perché si parlava di una garanzia di “immunità” nei confronti dei cittadini italiani e delle istituzioni italiane. In quel perverso meccanismo ideologico, per cui un bimbo ebreo non era un cittadino italiano, il fatto che fosse stata colpita la Sinagoga non contraddiceva quel “lodo”. In un certo immaginario, l’ho vissuto sulla mia pelle a scuola, ebreo è sinonimo di israeliano, tant’è che ricordo i miei professori che mi chiedevano, a me che ero nato a Roma, ma se dovessero entrare in guerra Italia e Israele, tu da che parte stai? Un impasto di pregiudizi, stereotipi, e di una ignoranza a volte genuina e molte volte strumentale. Senza voler nulla togliere al fatto che per un ebreo, anche da un punto di vista dottrinale, delle preghiere che facciamo tre volte al giorno da duemila e passa anni, Israele, Gerusalemme, Sion è la meta verso la quale ogni ebreo si rivolge. È importante che questa apertura avvenne grazie a Giorgio Napolitano…

Perché?
Voglio dirlo per la storia del Partito comunista italiano, che lui ha rappresentato, e per quel filone del Pci, i cosiddetti “miglioristi”, coloro che inquadravano l’Italia nel patto atlantico, nella fedeltà agli Stati Uniti, senza che questo togliesse nulla alla battaglia per i diritti sociali. Da Napolitano come da Piero Fassino, allora responsabile delle relazioni internazionali e successivamente segretario del Pds, e anche da Occhetto, si levarono alcuni messaggi importanti. Ne cito alcuni. Quando nella Giornata della memoria, il presidente Napolitano affermò che una delle battaglie contro l’antisemitismo era la lotta all’antisionismo, «moderna forma dell’antisemitismo» cito le sue parole. Quel bellissimo rapporto con Napolitano portò ad uno dei suoi ultimi atti da Presidente della Repubblica: quello d’inserire Stefano Gaj Tachè nell’elenco delle vittime del terrorismo italiano, che poi trovò un forte, autorevole eco nel presidente Mattarella che nel suo discorso d’insediamento, appena eletto – e sono un po’ commosso a ripensarci – ricordando l’attentato alla Sinagoga e Stefano Taché, inserendo una parola che sembrava ovvia ma che ovvia non era affatto, parlò di lui come di un bambino ebreo italiano. Per rafforzare quel meccanismo che si era lacerato nel corso degli anni, purtroppo a causa del “lodo Moro”. Tant’è che la percezione che noi avemmo allora era che l’attentato alla Sinagoga fosse stato un incidente di percorso tollerato dalle autorità di allora. Che avevano verosimilmente altre priorità. Ma c’è un altro aspetto che può aiutare Il Riformista nell’indagine giornalistica che ha meritoriamente avviato…

Vale a dire?
Voi avete tirato fuori qualcosa che era nel sospetto di tanti. Una notizia che merita nelle prossime ore, nei prossimi giorni, ulteriori approfondimenti. Mi riferisco alla battaglia che c’è stata in questo paese anche all’interno degli stessi servizi d’intelligence. Le dico una cosa che mi raccontò personalmente Cossiga. Noi abbiamo vissuto in un paese che in quegli anni lottava contro il terrorismo nostrano, le Brigate rosse. Non a caso il cadavere di Aldo Moro venne trovato in via Caetani e successivamente si scoprì un appartamento in cui era stato “prigioniero” e dove c’era una cellula di brigatisti rossi i quali, stando davvero a pochi metri dalla Sinagoga, come rivelò lo stesso Moretti in un suo libro, fecero la mappatura della Sinagoga stessa facendo una relazione su come funzionava il sistema di sicurezza fuori di essa. Fecero delle piantine del luogo…

La rivelazione di Cossiga…
Per dire cos’era l’Italia a quei tempi. C’era un mandato di cattura internazionale, emesso nel 1980-81 dal giudice Mastelloni, nei confronti di Yasser Arafat per la fornitura di armi alle Brigate rosse. Ed era lo stesso tempo in cui Arafat veniva ricevuto per la prima volta da una nazione europea – l’Italia ebbe una funzione di apripista – dalle massime autorità dello Stato. Venne ricevuto dal Presidente della Repubblica di allora, Sandro Pertini, dal Papa, Giovanni Paolo II, dal sindaco di Roma, Ugo Vetere, ma non venne ricevuto dall’allora Presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini. Questa fu una storia che fece notizia, aprì un dibattito nel paese, suscitando la protesta della comunità ebraica. Ebbene, una sera a cena, Cossiga mi disse, con una risata che non dimenticherò mai: devo farti una confessione, Arafat dormiva nel mio divano. Nel divano dell’allora ministro dell’Interno! Mentre tutti lo cercavano, era il 1981, Arafat godeva dell’immunità perché stava da me… E da casa di Cossiga, l’uomo su cui pendeva un mandato di cattura internazionale, venne portato alla Camera dei Deputati, dove tenne un discorso. Prima però ci fu un episodio illuminante che rivelò a mio padre un questore di cui era molto amico. Il questore bloccò tre guardie del corpo di Arafat, nonché lo stesso Arafat che si presentò, come fece anche all’Onu nel celebre discorso che tenne con una pistola in una mano e un ramo d’ulivo nell’altra, con un’arma. Il questore si oppose dicendo che in Parlamento nessuno entra armato. E sa che fine fece?

No, che fine fece?
Fu rimosso dall’incarico, con la motivazione che aveva creato un problema. Ci fu una colluttazione con le guardie del corpo di Arafat. Dicevo dello scontro interno ai servizi, tra chi, polizia e carabinieri, faceva blitz, penso al porto di Ancona e a spiagge vicine, negli yacht in cui erano custodite armi palestinesi per i brigatisti rossi, e altri che stavano lì per dire andatevene. Finché Matteo Renzi, nell’esercizio delle sue funzioni di Presidente del Consiglio, decretò l’apertura di alcuni archivi rimasti secretati, relativi all’attacco terroristico alla Sinagoga, che adesso stanno faticosamente uscendo fuori. Nell’articolo de Il Riformista viene rimarcato un fatto importante: la mattina della tentata strage non vi era la macchina della polizia davanti alla Sinagoga. Questo è un aspetto importantissimo. Io come tanti ragazzi, a quei tempi facevamo attività di volontariato e di vigilanza, non armata, fuori dall’ingresso della Sinagoga. Ricordo molto bene la sera prima dell’attentato. In quella circostanza, conobbi per la prima volta la signora Daniela Gaj e conobbi i suoi due bambini, Gavi, 4 anni, e Stefano, due anni. Me li diede in mano perché in Sinagoga donne e uomini pregano in posti separati e io li portai dal padre. Quella sera c’era la camionetta della polizia. La mattina dopo, quella dell’attentato, era sparita. Perché? È la domanda che noi rivolgemmo a tutti, a cominciare dal Presidente della Repubblica, e che ripetemmo a tutti i ministri dell’Interno che si sono avvicendati. Questo, fino alla desecretazione decisa da Renzi, fu il leit motiv che da portavoce e vice presidente della Comunità prima, lo sono stato per 12 anni, e poi, dal 2008, da presidente della Comunità ebraica romana, ha fortemente segnato la mia azione, la nostra battaglia. Ed è il motivo per cui ho deciso di fare del volontariato, perché occuparsi di questioni della comunità è un’attività elettiva ma di volontariato. Vi fu poi la vicenda di Sigonella e altri episodi che dettero conto di un approccio “ambiguo” in materia sancito dal “lodo Moro”. Questo è un punto cruciale. Alla base di questa sudditanza vi erano diversi motivi. In parte ideologici e in parte legati a interessi nazionali. Non va dimenticato che l’Italia e l’Europa venivano da uno shock petrolifero alla fine degli anni 70-80, per cui il petrolio era un’arma di ricatto pericolosissima per la sopravvivenza delle economie occidentali. Ma l’Italia aveva anche una vocazione geopolitica; essendo luogo di transito di tutte le attività eversive internazionali, sicuramente abbiamo pagato un prezzo. E credo che le parole di Mattarella non dico che abbiano rimarginato la ferita ma sicuramente hanno restituito onore alla verità e credo, interpretando un sentimento comune, che molta acqua è passata sotto i ponti…Un vecchio adagio romano che mi porta ad un’ultima rivelazione…

Di che si tratta?
Un mese fa il capo della polizia italiana, Lamberto Giannini, ha ricevuto un premio dall’European Jewish Association, che è una delle tre più importanti organizzazioni ebraiche europee. E quel premio evidenziava quello italiano come il modello da assumere in tutta Europa, quanto a efficienza e capacità di prevenzione. Ebbene, in quell’occasione, Giannini affermò, con grande onestà intellettuale e senso del dovere, posso rivendicare tanti traguardi raggiunti insieme, ma ho un cruccio: io non ho ancora portato davanti a un tribunale gli attentatori. Quattro dei quali, descritti come soggetti “teutonici”, sono rimasti sconosciuti. Quanto al quinto, il palestinese Abdel Osama al-Zomar, fu arrestato un anno dopo al confine tra Grecia e Turchia con un carico di 60 kg di tritolo. Come ha ricordato Il Riformista, l’Italia ne chiese l’estradizione ma il terrorista palestinese fu immediatamente scarcerato dalla Grecia per evitare guai. È stato condannato in contumacia nel 1991. Da figlio di una vittima di quell’attentato, ma penso di poter parlare anche a nome degli altri, chiedo giustizia. E continuerò a battermi perché venga fatta. Ritengo altresì che sulla base delle rivelazioni del suo giornale, sia corretto avviare una immediata indagine che faccia emergere nomi e cognomi di chi ha consentito tutto questo, di chi sapeva e non ha voluto fare. Presumo che non li potremo mettere in galera, ma almeno portarli, da un punto di vista della storia, di fronte alle loro responsabilità. Che vengano ricordati per aver venduto cittadini ebrei italiani a forze straniere. Ci hanno venduti, questo è fuor di dubbio. Capire chi era il questore, o chi per lui, di allora che diede l’ordine di togliere la camionetta della polizia dall’ingresso della Sinagoga. Si facessero avanti. Si assumessero le proprie responsabilità. Dicessero chi ordinò loro quel giorno di non mandare quella macchina. Se ci sono degli esecutori materiali ci sono anche responsabili morali. E costoro vanno individuati, senza sconti per nessuno. E se vi sono responsabilità dello Stato italiano questo va reinquadrato. Solo così, quella ferità potrà essere, almeno in parte, rimarginata.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.