Il punto sul conflitto che non si ferma
Lo 007 Mancini e la guerra “cambiata” in Medio Oriente: “C’è l’intesa Iran-Usa, l’uranio lo prende la Cina. Netanyahu teme missili supersonici di Teheran”
Un accordo sotterraneo, già definito nei suoi passaggi essenziali, che potrebbe cambiare gli equilibri del Medio Oriente e congelare almeno temporaneamente il rischio nucleare iraniano. Secondo Marco Mancini, ex capo del controspionaggio italiano, sarebbe ormai vicina un’intesa per trasferire fuori dall’Iran i 440 chili di uranio arricchito al 60%. Destinazione: Cina. Il tutto con il consenso, almeno implicito, degli Stati Uniti e sullo sfondo della guerra mai davvero conclusa tra Teheran e Israele.
Dottor Mancini, cosa sta accadendo davvero dietro le quinte sul dossier nucleare iraniano?
«Bisogna usare prudenza, ma mie fonti iraniane sostengono che un accordo sarebbe già stato raggiunto. L’ipotesi è quella del trasferimento in Cina dei 440 chili di uranio arricchito al 60%. Un’operazione che sarebbe stata favorita dai servizi segreti cinesi e accettata anche dagli americani. Gli ultimi attacchi reciproci tra Iran e Stati Uniti sembrano quasi una copertura politica e mediatica mentre la trattativa entra nella fase decisiva».
Perché la Cina dovrebbe accettare di custodire l’uranio iraniano?
«Perché Pechino diventerebbe il garante di un equilibrio regionale. L’idea sarebbe quella di trasferire il materiale fuori dal territorio iraniano senza umiliare Teheran. Questo consentirebbe agli iraniani di sostenere di non avere ceduto formalmente sul nucleare, mentre gli Stati Uniti potrebbero rivendicare di avere neutralizzato la minaccia atomica. Ma resta una domanda fondamentale: quell’uranio sarebbe custodito temporaneamente oppure diventerebbe parte di un accordo economico più ampio tra Cina e Iran? Questo ancora non lo sappiamo».
Chi sta guidando questa linea dentro il regime iraniano?
«Esiste una spaccatura molto forte ai vertici iraniani. Da una parte c’è il gruppo favorevole all’intesa con la Cina. I nomi sono quelli di Saeed Jalili, Ali Reza Zakani e Hamid Rasaee. Jalili è una figura potentissima: ex negoziatore sul nucleare, membro del Consiglio per il Discernimento, uomo legato agli apparati ideologici della Repubblica islamica. Zakani è il sindaco di Teheran, molto intelligente e politicamente abilissimo. Rasaee è un ultraconservatore con forti legami con gli ambienti religiosi e pasdaran».
E chi invece si oppone all’accordo?
«Il fronte contrario sarebbe guidato da Ahmad Vahidi e Ali Reza Arafi. Sono loro che sostengono di interpretare la volontà della famiglia Khamenei. Vogliono mantenere l’uranio in Iran e continuare sulla linea della deterrenza nucleare. Ritengono che l’Iran non possa rinunciare alla prospettiva atomica. Ma in questo momento starebbe prevalendo l’altra linea: quella di chi pensa che il Paese non possa più sopportare una guerra diretta con Israele e con gli Stati Uniti».
Lei parla di una situazione molto fluida anche ai vertici del potere iraniano. Qual è oggi la condizione di Mojtaba Khamenei?
«La situazione è estremamente delicata. Mojtaba Khamenei sarebbe ancora ricoverato all’ospedale Imam Khomeini di Teheran, in una struttura blindata e sotterranea. Sarebbe cosciente, capirebbe ciò che gli viene detto, ma non riuscirebbe ancora a parlare. I medici che avrebbero accesso alla stanza sarebbero soltanto due: l’anestesista rianimatore Zafar Ghandi e il chirurgo Mar Ashi. A poter entrare, oltre ai medici, sarebbero soltanto Ali Reza Arafi e Ahmad Vahidi. Questo spiega perché oggi esista una sorta di vuoto interpretativo al vertice del regime».
Quindi chi governa davvero oggi l’Iran?
«È proprio questo il problema: nessuno lo sa con certezza. Esistono gruppi che cercano di interpretare la volontà di Mojtaba Khamenei. Alcuni sostengono che prima dell’attacco avesse ribadito la necessità di continuare verso la bomba atomica. Altri ritengono invece che la priorità oggi sia salvare il sistema iraniano evitando una guerra totale».
La bomba atomica iraniana sarebbe destinata a Israele?
«Sì. Ed è esattamente ciò che Israele teme. Però Netanyahu oggi ha anche un’altra paura: i missili iraniani».
Missili che Teheran avrebbe ancora in quantità rilevante?
«Assolutamente sì. Secondo le informazioni che arrivano, l’Iran disporrebbe ancora di oltre mille missili in grado di raggiungere il territorio israeliano. E molti di questi sarebbero nascosti in strutture sotterranee ancora operative. Netanyahu sa che il problema non è affatto risolto».
I missili iraniani possono davvero perforare Iron Dome?
«Sì. Soprattutto quelli supersonici. E il problema non riguarda soltanto eventuali testate convenzionali. Il rischio teorico di carichi chimici resta sul tavolo. È anche per questo che Israele, pur continuando le operazioni, si sta muovendo con maggiore prudenza».
Lei ritiene tramontata l’ipotesi di un regime change in Iran?
«Il cambio di regime nel senso classico non c’è stato. Ma c’è stato un cambiamento importante nella cultura strategica iraniana. Alcuni settori del regime hanno capito che il nucleare stava diventando un fattore di sopravvivenza negativa. E allora hanno scelto di spostare il problema altrove, in Cina. Questo però non significa che il regime sia diventato moderato, anzi…»
Anzi?
«La repressione continua. Si parla di oltre centomila iraniani uccisi dal regime negli anni. Le esecuzioni continuano. Il clima di paura resta fortissimo. Su questo il mondo continua a voltarsi dall’altra parte».
Lei sostiene anche che Hezbollah stia attraversando una fase interna violentissima.
«Sì. Hezbollah avrebbe eliminato oltre 700 sciiti libanesi sospettati di collaborazionismo con Israele. L’operazione interna sarebbe guidata da Naim Qassem e dai vertici dell’intelligence del movimento. Una vera purga».
E Hamas?
«Hamas si è riorganizzata. Israele continua a eliminare comandanti e quadri operativi. Negli ultimi giorni sarebbero stati neutralizzati Imad Salim ed Ezzedin al-Bek, insieme ad altri miliziani. Ma il dato più impressionante riguarda l’età dei combattenti: molti hanno diciannove o vent’anni. Vuol dire che il 7 ottobre erano adolescenti. Hamas ha ricostruito le proprie fila reclutando giovanissimi».
Quindi la guerra non è affatto finita?
«No. La guerra è soltanto cambiata. E soprattutto resta intatta la cultura dell’odio. La sorella di Imad Salim, Soad, avrebbe celebrato pubblicamente la morte del fratello dicendo che aveva “raggiunto il paradiso” dopo avere combattuto gli ebrei. Questo dà la misura del problema culturale che continua a esistere dentro Gaza e dentro una parte del mondo sciita radicale».
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