Due volte a settimana deve raggiungere la caserma dei carabinieri per farsi identificare. Tutto normale se il soggetto in questione, sottoposto all’obbligo di firma in attesa di una sentenza della magistratura, non fosse affetto da una nefropatia acuta che lo espone al rischio di contrarre il Covid-19 e di contagiare le persone con le quali viene a contatto. Protagonista di questa storia è Gianni (nome di fantasia), un napoletano per il quale la magistratura ha disposto inizialmente l’obbligo di firma tutti i giorni per due volte al giorno. In altri termini, Gianni è stato per lungo tempo costretto a presentarsi in caserma per farsi identificare.

Anche in tempo di pandemia, a rischio di vedere irrimediabilmente compromesse il proprio quadro clinico. L’uomo, infatti, soffre di una patologia ai reni che lo espone al rischio di dialisi e, nello stesso tempo, lo espone al pericolo di contrarre altre malattie. Incluso il Covid-19 che, per un soggetto come Gianni, potrebbe risultare fatale. Ecco perché il suo avvocato Paolo Cerruti ha chiesto alla Corte d’appello di Napoli la revoca dell’obbligo di firma. Il motivo è presto detto: essendo costretto a uscire di casa e a presentarsi per due volte al giorno in caserma, Gianni metteva a repentaglio non solo la propria salute, ma anche quella della collettività e delle forze dell’ordine.

La risposta dei giudici? Istanza rigettata e obbligo di firma ridotto a due volte la settimana. Ancora più incomprensibile la motivazione: “… ritenuto incidente l’attuale situazione che impegna la polizia giudiziaria in compiti più delicati”. Nessun riferimento al diritto alla salute, alla limitazione della libertà personale, al rischio di contagio. Solo un riferimento alle questioni più importanti cui le forze dell’ordine sono chiamate a pensare in questo particolare momento storico.

Ciò significa che, per il momento, Gianni è ancora costretto a uscire e a sfidare il Coronavirus perché qualche irreprensibile magistrato ha ritenuto le esigenze di limitazione della libertà più forti rispetto al diritto alla salute di un uomo già gravemente malato. “Certe restrizioni dovrebbero rappresentare l’extrema ratio soprattutto quando sia necessario preservare e proteggere il diritto alla salute di chi, sebbene sottoposto a giudizio, debba considerarsi sempre e comunque innocente – sottolinea l’avvocato Cerruti – Sarebbe ora di resettare quelle errate impostazioni culturali e ideologiche che per lungo tempo hanno ispirato alcuni orientamenti deleteri e reazionari di certa parte della magistratura”.

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Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.